Le fiumare reggine costituiscono un sistema idraulico e geomorfologico unico nel panorama nazionale. È da questa premessa che prende avvio lo studio coordinato dal professore Giuseppe Barbaro, direttore del Dipartimento DICEAM (Ingegneria Civile, Energia, Ambiente e Materiali) dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, nell’ambito delle attività svolte per la Città Metropolitana.

«Le fiumare – spiega Barbaro – sono corsi d’acqua a carattere marcatamente torrentizio, tipici dell’ambiente mediterraneo. Nei versanti ionici della Calabria presentano alvei vastissimi, anche superiori al chilometro di larghezza, che risultano sproporzionati rispetto ai deflussi ordinari ma fondamentali durante gli eventi estremi».

Secondo il docente, la peculiarità delle fiumare reggine risiede nella stretta connessione tra dissesto idrogeologico e regime idraulico: «L’interazione tra una geomorfologia fragile, caratterizzata da pendenze elevate e terreni erodibili, e precipitazioni intense e concentrate in poche ore, determina il trasporto a valle di enormi volumi di materiale solido. È questo processo che costruisce le grandi zone di sedimentazione alluvionale».

Gli effetti dell’antropizzazione

Lo studio evidenzia come negli ultimi decenni l’antropizzazione abbia modificato profondamente il comportamento idraulico dei bacini.

«L’impermeabilizzazione dei terreni – sottolinea Barbaro – ha ridotto i tempi di corrivazione e aumentato le portate di piena a parità di evento meteorico. Parallelamente, molti interventi di messa in sicurezza sono stati progettati in maniera puntuale, senza una visione a scala di bacino».

In particolare, l’inserimento diffuso di briglie ha prodotto effetti non sempre coerenti con gli obiettivi iniziali. «L’immobilizzazione di grandi quantità di sedimenti ha alterato l’equilibrio fluviale e dei litorali adiacenti alle foci. In diversi casi si è generato un paradosso idraulico: la riduzione della velocità della corrente ha favorito la colonizzazione massiccia della vegetazione in alveo».

Una dinamica che incide direttamente sui livelli di piena. «La vegetazione riparia modifica i coefficienti di scabrezza e può determinare un innalzamento dei livelli idrometrici durante gli eventi estremi. È una variabile che deve essere necessariamente integrata nella modellazione».

I casi studio nella Città Metropolitana

L’attività del DICEAM ha riguardato in particolare le fiumare Amendolea, Bonamico e La Verde. Per questi bacini sono state effettuate modellazioni finalizzate a individuare il bilancio idrologico, analizzare il regime del trasporto sedimentario e definire un Piano di Gestione dei Sedimenti (PGS).

«Il PGS – spiega Barbaro – deve basarsi su una modellazione integrata, capace di individuare le sezioni idonee al prelievo dei sedimenti senza alterare le condizioni di equilibrio del corso d’acqua. Non si tratta di interventi indiscriminati, ma di operazioni calibrate sulla base di dati scientifici».

Particolare attenzione è stata riservata allo Stilaro, dove l’analisi si è concentrata sull’interazione tra dinamica fluviale e copertura vegetale.

«Abbiamo approfondito come le diverse tipologie di vegetazione influenzino la capacità di deflusso e come la tendenza al restringimento della sezione idraulicamente efficace possa incrementare il rischio di rigurgito e sormonto degli argini. La manutenzione non può essere un’azione episodica, ma deve rientrare in un piano organico».

Dal sovralluvionamento al ripascimento

Uno degli aspetti centrali dello studio riguarda il fenomeno del sovralluvionamento nei tratti vallivi, che comporta l’innalzamento del fondo alveo e la riduzione del franco arginale.

«È strettamente necessario – afferma Barbaro – effettuare rilievi aggiornati e intervenire prelevando esclusivamente la quota di materiale eccedente rispetto alle condizioni di equilibrio dell’alveo. Le sezioni di prelievo devono essere localizzate a distanza dalle sponde, per evitare effetti instabilizzanti».

Secondo il professore, l’applicazione rigorosa di questi criteri consentirebbe non solo di ridurre il rischio idraulico, ma anche di valorizzare il materiale estratto.

«I sedimenti di sovralluvionamento possono essere utilizzati per interventi di ripascimento delle spiagge del litorale ionico, duramente colpite dal ciclone Harry. In questo modo si otterrebbe un duplice beneficio: la messa in sicurezza del territorio fluviale e il ripristino delle aree costiere».

Lo studio del DICEAM, che sarà completato nei prossimi mesi, indica dunque una direzione precisa: superare la logica degli interventi frammentari e adottare una gestione integrata di bacino, in cui alveo, versanti e fascia costiera vengano considerati parti di un unico sistema dinamico.

«Solo attraverso una modellazione che integri stato delle opere, biomassa presente e bilancio sedimentario – conclude Barbaro – è possibile definire piani di gestione del rischio realmente efficaci per il territorio reggino».