A gennaio il mare aveva cancellato chilometri di costa. Oggi i territori colpiti provano a voltare pagina tra opere completate, cantieri ancora aperti e una ricostruzione che procede a velocità diverse
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
Ci sono immagini che sembrano appartenere a un'altra epoca. I marciapiedi inghiottiti dal mare, l'asfalto spezzato come fosse cartone, le onde che si abbattono sulle case, le evacuazioni nella notte, i lidi distrutti e un'intera costa costretta a fare i conti con uno degli eventi meteorologici più violenti degli ultimi decenni. Era gennaio, quando il ciclone Harry trasformò la fascia jonica reggina nel simbolo della fragilità del territorio. Oggi, a distanza di poco più di sei mesi, quasi sette, quel paesaggio è cambiato. Non tutto è stato ricostruito, anzi. Molti cantieri sono ancora aperti e la strada verso il pieno ripristino è tutt'altro che conclusa. Ma la Grecanica non è più quella raccontata nelle ore dell'emergenza.
La differenza più evidente la racconta il mare. A gennaio sembrava aver cancellato interi tratti di arenile. Oggi, percorrendo la costa da Melito Porto Salvo fino a Bova Marina e San Lorenzo, il colpo d'occhio è completamente diverso. Le spiagge si sono ricostituite quasi ovunque, restituendo al litorale quell'ampiezza che sembrava definitivamente perduta. In alcuni punti il fenomeno è ancora più evidente: a Bova Marina, anche grazie all’azione delle barriere soffolte, l'arenile risulta addirittura più esteso rispetto a prima del ciclone, segno della naturale capacità della costa di ritrovare un proprio equilibrio dopo eventi estremi ma anche dell’importante funzione delle barriere di protezione.
È un elemento che colpisce perché racconta una storia diversa rispetto a quella delle infrastrutture. Se la natura ha impiegato pochi mesi per ridisegnare la linea di costa, le opere realizzate dall'uomo seguono inevitabilmente tempi molto più lunghi. E sono proprio i lungomari a raccontare, ancora oggi, le conseguenze più evidenti lasciate da Harry.
Melito Porto Salvo rappresenta probabilmente il segnale più concreto del ritorno alla normalità. Il tratto del Lungomare dei Mille devastato dalle mareggiate è stato riaperto alla circolazione dopo i primi interventi di ripristino. Nei giorni dell'emergenza quel tratto era diventato uno dei simboli della forza del mare, con la carreggiata letteralmente divorata dalle onde e il traffico completamente interrotto. Oggi residenti e visitatori possono nuovamente percorrerlo. La ferita non è scomparsa del tutto e resta aperta la prospettiva di una riqualificazione complessiva, ancora da ultimare, ma la fase emergenziale appartiene ormai al passato e il lungomare è tornato a svolgere la sua funzione.
Anche San Lorenzo offre un'immagine molto diversa rispetto a quella impressa nella memoria collettiva dello scorso gennaio. Il nuovo lungomare, pesantemente danneggiato dalla mareggiata, è tornato pienamente fruibile insieme alle spiagge. Chi oggi passeggia lungo la costa difficilmente immaginerebbe che pochi mesi fa quello stesso tratto fosse uno dei più colpiti dell'intera Grecanica. È il risultato degli interventi realizzati dopo l'emergenza, ma anche della progressiva ricostituzione naturale dell'arenile, che ha restituito continuità al paesaggio costiero.
A Bova Marina il quadro è più delicato perché la ferita aperta da Harry non riguarda soltanto il fronte mare in senso estetico o turistico. Qui la mareggiata ha compromesso un pezzo di viabilità essenziale, cancellando la sede stradale del lungomare lato Reggio Calabria e rendendo necessario un intervento per garantire almeno il passaggio dei residenti e dei mezzi di emergenza. La soluzione oggi visibile è una pista provvisoria in terra battuta, realizzata alle spalle della barriera di massi, che ricalca il tracciato dell’ex lungomare e che consente di mantenere il collegamento in attesa di un ripristino definitivo. Una risposta necessaria, ma ancora temporanea, che restituisce l’immagine di un territorio uscito dall’emergenza immediata senza essere ancora rientrato nella normalità.
Ed è proprio a Bova Marina che emerge il contrasto più evidente lasciato in eredità dal ciclone. Da una parte il lungomare continua a convivere con transenne, mezzi d'opera e viabilità provvisoria. Dall'altra, pochi metri più in là, la spiaggia ha già ritrovato il proprio equilibrio, mostrando in alcuni punti un arenile persino più ampio rispetto al passato. Un lungomare cancellato per la prima volta nel 2008 da una terribile mareggiata che fu capace di inghiottire oltre un chilometro di infrastruttura, ricostruito e «rappezzato» a più riprese negli anni in attesa di un intervento definitivo che, a distanza di quasi vent’anni, dovrebbe vedere presto la luce grazie ai fondi dei Cis “Svelare Bellezza” del Governo Conte II, ma che saranno sufficienti a ripristinarne definitivamente solo una parte, seppur abbondante.
È l'immagine di due tempi diversi: quello della natura, capace di rimodellare la costa nel giro di pochi mesi, e quello delle infrastrutture, che richiede progettazione, finanziamenti, procedure amministrative e lavori destinati inevitabilmente a durare molto più a lungo. Anche vent’anni, come nel caso di Bova Marina.
Il confronto con quanto accaduto tra il 19 e il 21 gennaio rende ancora più evidente il percorso compiuto. In quelle ore la Grecanica viveva una delle pagine più difficili della sua storia recente. Le mareggiate cancellavano interi tratti di lungomare, costringevano famiglie ad abbandonare le proprie abitazioni, interrompevano collegamenti e mettevano in ginocchio attività economiche e strutture balneari. Nei giorni successivi arrivarono la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, le visite delle istituzioni e l'avvio della lunga macchina della ricostruzione.
Oggi quello scenario appartiene alla memoria, ma non può dirsi definitivamente superato. Se l'emergenza è stata affrontata e la stagione estiva ha restituito ai cittadini la possibilità di vivere nuovamente il mare, la ricostruzione è ancora un percorso aperto. La vera sfida, però, non riguarda soltanto il completamento dei lavori. Harry ha mostrato quanto siano vulnerabili infrastrutture costruite decenni fa in un contesto climatico profondamente diverso da quello attuale. Per questo il tema non può limitarsi al semplice ripristino di ciò che il mare ha distrutto. La ricostruzione dovrà necessariamente guardare al futuro, con opere capaci di resistere a fenomeni che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati considerati eccezionali e che oggi rischiano invece di ripresentarsi con frequenza crescente.
Le spiagge hanno già dimostrato la loro straordinaria capacità di rinascere. I lungomari stanno seguendo lo stesso percorso, ma con tempi inevitabilmente più lunghi. E mentre la Grecanica si lascia alle spalle l'immagine della devastazione, resta ancora molta strada da percorrere prima di poter dire che la ferita aperta dal ciclone Harry si sia davvero rimarginata.




