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Gioiosa, Alberto Gatto: «Tenere viva la memoria di mio zio Rocco»

Il 12 marzo 1977, il mugnaio rosso con la passione per gli orologi veniva assassinato. Aveva denunciato con nomi e cognomi la protervia mafiosa e non pagava il pizzo

Gioiosa, Alberto Gatto: «Tenere viva la memoria di mio zio Rocco»

«Il mio sangue è rosso». Lo diceva sempre Rocco Gatto perché nel suo caso non era solo un fatto biologico. Nella sua storia di grande lavoratore, persona generosa e sorretta in ogni azione da saldi valori di onestà, giustizia e libertà, l’adesione al partito comunista coincideva con la sua militanza contro il malaffare e le angherie mafiose. Non c’era linea di demarcazione o di confine.

A viso aperto, e senza timore di vederlo scorrere quel sangue, «fino alla morte» aveva sfidato gli Ursini. Rocco era il figlio di una terra che negli anni Settanta diede prova di grande coraggio e resistenza. A Rocco Gatto, ucciso dalla ‘ndrangheta il 12 marzo 1977 a Gioiosa Ionica nel reggino, è dedicata anche la puntata “Senza fare un passo indietro. Storia di Rocco Gatto” di LaC Dossier, andata in onda a nel 2017.

La “resistenza” di Gioiosa Ionica

Il professore e sindaco antimafia Francesco Modafferi, il prete scomodo Natale Bianchi, il capitano dellarma Gennaro Niglio e anche il mugnaio rosso con la passione degli orologi, Rocco Gatto. Le loro storie si sono intrecciate nel comune calabrese di Gioiosa Jonica a Reggio Calabria, scenario della prima manifestazione antimafia della storia del nostro Paese: una comunità in sciopero contro le ndrine. Era il 27 dicembre 1975.

Gioiosa Ionica fu anche il primo comune d’Italia a costituirsi parte civile in un processo di ‘ndrangheta. Accadde proprio nel 1977, poco meno di due mesi dal delitto di Rocco Gatto. Una comunità che ha avuto chiaro, quando ancora la ‘ndrangheta non era nominabile senza rischiare una condanna a morte in contumacia, da che parte stare.

In questo contesto maturarono i fatti che portarono Rocco Gatto alla morte per mano mafiosa, consumatasi in contrada Armo di Gioiosa Ionica, il 12 marzo 1977.

La storia di Rocco

Classe 1926 e primo di dieci figli, lasciò presto la scuola per portare a casa il pane in tempo di guerra e di fame. Lavorò da giovanissimo nel mulino del padre Pasquale. Negli anni Settanta, Rocco si divideva tra il mulino, di cui poi divenne proprietario nel 1964, il laboratorio in cui coltivava la sua passione per gli orologi – quegli ingranaggi sconosciuti ai più e invece a lui così chiari e addirittura appassionanti – e il partito comunista.

Il terrore in Italia e la ‘ndrangheta a Gioiosa

Erano gli anni Settanta, quelli del terrore in Italia e anche quelli dell’illusione del decollo industriale della Calabria e della sua città in punta allo stivale. Quando Rocco Gatto iniziò a non pagare il pizzo e intraprendendo contro la ‘ndrangheta una lotta coraggiosa, eravamo negli anni in cui in Italia tremava la democrazia e in cui la sicurezza dagli attentati assumeva assoluta priorità.

Una sera di novembre 1974, sempre in quegli anni di piombo nel resto d’Italia e di guerre di mafia nel Sud della stessa, in uno scontro a fuoco tra forze dell’ordine e mafiosi era morto il boss reggente Vincenzo Ursini e in reazione la cosca aveva imposto il coprifuoco, il lutto cittadino nel paese, il blocco delle attività compreso il mercato della domenica, uno dei più fiorenti e conosciuti del meridione.

Il coraggio di Rocco

Rocco Gatto, che già faceva la sua resistenza non pagando il pizzo e non rinunciando alla dignità del suo lavoro, in quell’occasione, andò oltre. Aveva già pagato le sue scelte subendo incendi e furti, come quello di 17 chili di orologi. Lo avevano colpito nel frutto del suo lavoro e delle sue passioni per difendere la dignità dei quali non si era mai piegato alle richieste estorsive. Ma in quella circostanza andò oltre. Spezzò il silenzio e fece i sette nomi dei responsabili. Denunciò chi aveva preteso che la città fosse a lutto e chiudesse il mercato. Una denuncia che produsse processi e condanne ma anche ritorsioni e violenze. Un prezzo che pagò in prima persona. Una denuncia che costò a Rocco la vita in una terra che avrebbe continuato a sacrificare vite e a sacrificarsi. Il papà Pasquale non ebbe mai dubbi circa la responsabilità degli Ursini sull’omicidio del figlio.

Un delitto impunito


Il 12 marzo del 1977, dopo avere raccolto il grano da macinare, mentre tornava Rocco fu ucciso a colpi di lupara. Non aveva nemmeno 51 anni. Il delitto è ancora impunito e le due persone indagate, Luigi Ursini e Mario Simonetta, sono state assolte in primo e in secondo grado dalla corte d’assise di Locri e d’assise d’appello di Reggio Calabria nel 1979 e nel 1986 (sentenza confermata in Cassazione nel 1988) per insufficienza di prove. Ursini e Simonetta sono stati condannati solo per estorsione aggravata, rispettivamente a 7 e 10 anni.

La sua morte rimase impunita ma la sua denuncia contribuì alle condanne a 28 anni complessivi di carcere per estorsione aggravata e minacce dei sette picciotti che, il 7 novembre 1976, avevano imposto a Gioiosa la chiusura del mercato domenicale.

Gli Ursini

Una ‘ndrina molto potente e con alleanze importanti anche oltre i confini regionali. Avevano saldi collegamenti con gli Aquino di Marina di Gioiosa, con i Cordì di Locri, e con i Belfiore, trasferitisi a Torino e ai quali è ricondotto l’omicidio del procuratore Bruno Caccia, avvenuto nel capoluogo piemontese il 26 giugno del 1983.

Il murales

L’anno successivo al delitto, nel 1978, Gioiosa accolse artisti militanti della Cgil meneghina che con artisti locali realizzarono il murales di piazza Vittorio Veneto. Fu affrescato Il Murales da Giovanni Rubino e Corrado Armocida su due delle facciate del Teatro. «È il Quarto Stato dell’anti-’ndrangheta, ricorda le vittime delle cosche e gli onesti che si sono opposti e ancora si oppongono alla mafia. È il simbolo dell’altra Calabria», fu detto. Per il suo restauro, nel 2007, l’associazione daSud e il “Comitato pro murales Gioiosa” promossero una campagna di sottoscrizione rivolta ad Istituzioni e cittadini e lanciarono un appello per salvaguardare questa opera e non disperdere questa memoria. Il murales fu recuperato e ancora oggi campeggia a Gioiosa, luogo di memoria di Rocco Gatto e delle altre vittime della ‘ndrangheta.

Valore civile patrimonio dell’Italia

«Alto è l’esempio che ha dato questo cittadino contro questo male che serpeggia nell’Italia meridionale. Il coraggio di questo calabrese deve essere d’esempio per tutti, per resistere alla mafia che rappresenta un affronto per il popolo calabrese». Così si legge nella motivazione della medaglia d’oro al valore Civile, che il capo dello Stato “partigiano”, Sandro Pertini, nel maggio del 1980, appuntò sul petto di papà Pasquale.

Il ricordo del nipote Alberto

«Una memoria che dovrebbe andare oltre il 12 marzo e che dovrebbe essere coltivata nelle scuole, tra i giovani», sottolinea Alberto Gatto, pronipote di Rocco Gatto. Lui è nato nel 1985 e si è nutrito, oltre che di scritti e articoli, soprattutto dei racconti di zio Ciccillo, Francesco, mancato qualche anno fa e molto legato a Rocco.

«Mio fratello era un genio. Anche se aveva fatto fino alla quarta elementare perché allora le possibilità per comprare una matita non c’erano. Lui aveva la passione degli orologi e riusciva a ripararli perfettamente. Ma ha iniziato prestissimo a fare il lavoro di mio padre, per aiutare tutti noi, eravamo dieci figli, sette maschi e tre femmine. Lavorava giorno e notte ma non aveva mai un soldo in tasca perché era troppo generoso con tutti. Mio fratello aveva un cuore grande e se voleva poteva anche non far pagare le persone, ma le imposizioni no, non le accettava da nessuno», aveva detto del fratello Rocco, Francesco.

Il testimone della memoria

Alberto ha ereditato dallo zio Ciccillo, che a sua volta lo aveva ereditato dal padre Pasquale, il testimone della memoria. «Vorrei che lo zio, la sua scelta coraggiosa fossero ricordati ancora a lungo e non solo il 12 marzo. Il mio auspicio è che il mulino di cui mio zio Rocco era diventato proprietario e che fino a quando mio zio Ciccillo è stato in vita, è stato un presidio di memoria, possa tornare ad esserlo. Lo spero tanto. Nel frattempo entro il prossimo 12 marzo, riapriremo il piccolo museo dedicato a zio Rocco e al sindaco Francesco Modafferi. In questo momento ci sono dei lavori di adeguamento strutturale in corso», racconta ancora Alberto, che al servizio della memoria dello zio ha posto anche la sua professione di regista.

Come le lancette dei suoi orologi

«”Granosangue” e “Il colore del tempo” sono due corti che ho diretto nel 2007 e nel 2008. Ho voluto ricordare il coraggio di mio zio, la sua ostinazione in una terra che oggi più che mai ha bisogno di memoria. Ho voluto che nel secondo ci fosse anche quel murales, con il suo volto e quella frase così importante: “Lotta, unità e partecipazione popolare per la crescita civile e democratica del Meridione”. Mio zio Rocco era come un orologio, andava avanti per la sua strada come fanno le lancette quando girano. Anche quando si fermavano, lui le riparava perché potessero ripartire. Chi invece si era fermato sul suo ricordo era mio zio Ciccillo che di lui conservava finanche il camice con cui lavorava. Era molto legato a zio Rocco e anche lui certamente vorrebbe che non fosse dimenticato e che continuasse a vivere, anche attraverso il mulino dove ha lavorato con fatica e dedizione quasi per tutto il mezzo secolo della sua esistenza», racconta ancora Alberto Gatto, dal cui archivio personale è tratta la fotografia di qualche orologio da lui affettuosamente conservato.

È tornato tempo fa a Gioiosa per rimanerci, Alberto Gatto. Nella cittadina ionica, con la sua associazione culturale Bird Production promuove il FilMuzik Arts Festival, manifestazione dedicata al cinema musicale. Ci sono anche altri corti e pure dei lungometraggi tra i suoi progetti futuri. E soprattutto c’è la memoria di zio Rocco, anche in nome di zio Ciccillo.

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