Dalle carte del Ros emerge il patto tra le tre cosche per proteggere i lavori dell’hub del colosso della logistica (estraneo alle indagini) a Gioia Tauro. Un incontro al vertice, il recupero del camion rubato e la spartizione del pizzo raccontano il patto tra clan
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Per la 'ndrangheta non era semplicemente un cantiere. Era un investimento strategico da difendere.
E quando qualcuno violò quello spazio, rubando un camion e materiale elettrico all'interno dell'area destinata a ospitare il futuro hub Amazon (l’azienda è totalmente estranea all’inchiesta, ndr) di Gioia Tauro, la risposta non arrivò da una sola cosca. Arrivò dall'intero sistema.
È questa una delle immagini che emerge dall'informativa del Ros dei carabinieri depositata nell’inchiesta Res Tauro. Per gli investigatori, dietro il recupero della refurtiva non si muove soltanto la cosca Piromalli, storicamente egemone nella Piana di Gioia Tauro. Si attiva una rete criminale molto più ampia, capace di coinvolgere i Pesce di Rosarno e i Mancuso di Limbadi in una vera e propria operazione di coordinamento.
Nelle carte quella collaborazione viene definita "simbiosi criminale": una definizione che va oltre il singolo episodio.
Perché il furto del camion diventa il pretesto per riaffermare un principio che attraversa tutta l'inchiesta: quando sono in gioco interessi economici di questa portata, la 'ndrangheta smette di ragionare come una somma di famiglie e torna a comportarsi come una sola organizzazione. È questo il vero messaggio che, secondo gli investigatori, parte da Gioia Tauro nel marzo del 2022.
Il camion rubato che rischia di incrinare il potere dei Piromalli
È allora che dal cantiere spariscono un autocarro e materiale elettrico per un valore stimato intorno agli 80mila euro. Il danno economico rappresenta soltanto una parte del problema.
Per gli investigatori, il vero rischio è un altro: che gli imprenditori impegnati nella realizzazione del polo logistico possano dubitare della capacità della cosca Piromalli di garantire quella protezione che costituisce uno dei cardini del potere mafioso sul territorio.
È in questo momento che, secondo il Ros, entra in funzione la rete di alleanze tra le principali famiglie della 'ndrangheta.
La cosca Pesce di Rosarno, attraverso il reggente pro tempore, si attiva come mediatore con la comunità Rom ritenuta in grado di recuperare il mezzo rubato.
Contemporaneamente viene coinvolta anche la cosca Mancuso di Limbadi che interviene per conferire maggiore autorevolezza alla trattativa e manifestare la piena solidarietà del clan vibonese ai Piromalli.
Secondo gli investigatori, il recupero del camion rappresenta soltanto una parte dell'operazione. L'obiettivo reale è riaffermare che il controllo del territorio continua a appartenere alla 'ndrangheta.
Il summit di San Ferdinando
Il momento simbolicamente più importante arriva il 21 marzo 2022. In contrada Focolì, a San Ferdinando, si tiene un incontro che gli investigatori descrivono come uno dei momenti più significativi dell'intera vicenda.
Attorno allo stesso tavolo siedono uno storico referente dei Piromalli, il reggente della cosca Pesce e uno dei vertici dei Mancuso di Limbadi.
Per il Ros quel summit possiede un "formidabile valore dimostrativo".
Non serve soltanto a recuperare il camion. Serve soprattutto a mostrare all'esterno che le principali organizzazioni mafiose del territorio agiscono come un unico soggetto quando vengono toccati interessi comuni.
Il messaggio, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, deve arrivare innanzitutto ai gruppi Rom.
Il rappresentante dei Piromalli lo sintetizza con una frase che gli investigatori ritengono particolarmente significativa: «No, lui deve dire: sono uniti, non come dicono i cristiani che ognuno è per i cazzi suoi». La forza dell'incontro, spiegano gli investigatori, non risiede soltanto nelle decisioni assunte, ma nella dimostrazione pubblica di compattezza tra organizzazioni criminali tradizionalmente autonome.
L'avvertimento ai Rom
Durante quella stessa fase emerge anche il ruolo svolto dall’uomo dei Mancuso. Secondo quanto ricostruito dal Ros, sarebbe stato proprio il rappresentante della cosca di Limbadi a rivolgersi direttamente a un esponente della comunità Rom, intimandogli che qualsiasi iniziativa sul territorio avrebbe dovuto essere preventivamente autorizzata.
L'avvertimento intercettato è netto: «Domanda se puoi andare, se non puoi andare non andare da nessuna parte».
Per gli investigatori, quella frase sintetizza la concezione mafiosa del controllo territoriale: nulla può accadere senza il consenso delle organizzazioni criminali.
Il prezzo della mediazione
Dimostrazione di compattezza a parte, il recupero del camion non è gratuito. Secondo la ricostruzione contenuta nell'informativa, la mediazione della cosca Pesce viene successivamente compensata con una quota del denaro estorto agli imprenditori impegnati nel cantiere.
In occasione della Pasqua del 2022, una delle ditte sarebbe stata costretta a versare 15mila euro.
Di questi, 5mila sarebbero stati destinati proprio alla cosca Pesce quale corrispettivo per l'attività svolta nella restituzione della refurtiva.
Il pizzo, dunque, non rappresenterebbe soltanto una fonte di guadagno, ma anche uno strumento attraverso il quale redistribuire risorse tra organizzazioni alleate.
Il ritorno di Giuseppe Piromalli
L'indagine mette però in luce anche le tensioni interne al mondo Piromalli. Dopo la scarcerazione di Giuseppe Piromalli, nel maggio 2021, cambiano gli equilibri costruiti negli anni precedenti.
Secondo gli investigatori, alcuni imprenditori cercano inizialmente di far valere i rapporti instaurati con altri componenti della famiglia, facendo leva su vecchi "sponsor" rappresentati dai fratelli Antonio e Gioacchino Piromalli e dal nipote Gioacchino, classe 1969.
Una strategia che Giuseppe Piromalli respinge con decisione. In un'intercettazione rivendica il proprio ruolo esclusivo nella gestione degli affari della cosca: «Allora la storia la sapete... e non glielo concedo a nessuno... neanche a mio fratello...»
Per il Ros quella frase fotografa il ritorno del boss al vertice dell'organizzazione e la volontà di riaffermare un controllo personale sulle estorsioni e sui rapporti con gli imprenditori.
Una 'ndrangheta unita fuori, competitiva dentro
Le intercettazioni raccontano anche un altro aspetto. Se all'esterno la 'ndrangheta mostra compattezza assoluta, all'interno continua a convivere con rivalità, equilibri delicati e rapporti di forza continuamente ridefiniti.
Emergono, ad esempio, i riferimenti ai vecchi contrasti tra la famiglia di imprenditori legata ai Piromalli e la cosca Longo di Polistena, utilizzati dagli uomini del clan di Gioia Tauro per isolare ulteriormente gli imprenditori ormai considerati non più affidabili.
Ne esce l'immagine di un'organizzazione capace di presentarsi come un fronte unico ogni volta che interessi economici di particolare rilievo rischiano di essere compromessi.
Per gli investigatori, l'affare Amazon diventa così molto più di un cantiere. Diventa il banco di prova di una 'ndrangheta capace di coordinare le proprie articolazioni territoriali, redistribuire i proventi delle estorsioni e riaffermare, anche attraverso un semplice camion rubato, il proprio monopolio criminale sul territorio.
Alla fine, il camion viene recuperato. Le imprese tornano a lavorare. Il cantiere prosegue.
Ma ciò che colpisce nelle carte del Ros non è tanto la soluzione del furto. È il modo in cui la 'ndrangheta reagisce: non con una rappresaglia improvvisata né con una dimostrazione di forza fine a sé stessa ma con l’intervento di una struttura di governo.
Emerge un sistema capace di mettere insieme Piromalli, Pesce e Mancuso per proteggere un investimento ritenuto strategico e riaffermare, davanti a imprese, criminalità comune e territorio, un principio che attraversa tutta la vicenda: quando la posta in gioco è alta, la 'ndrangheta si presenta come un'unica organizzazione. La competizione interna, però, rimane.





