Ogni estate la Calabria si ritrova a fare i conti con ettari di boschi divorati dalle fiamme, abitazioni minacciate, interi territori devastati e un patrimonio ambientale che si impoverisce anno dopo anno. Ma è davvero il caldo il principale responsabile? E perché, nonostante l’impiego di Canadair, elicotteri e centinaia di operatori, gli incendi continuano a sfuggire al controllo?

Ne abbiamo parlato con Carlo Tansi, docente, geologo, già capo della Protezione civile della Calabria e profondo conoscitore del territorio, che offre una lettura tecnica ma anche critica dell’emergenza incendi. Nell’intervista analizza le cause dei roghi, le responsabilità della politica e delle istituzioni, il ruolo della prevenzione, le carenze del sistema di spegnimento e le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata. Un messaggio emerge con forza: gli incendi non si combattono a luglio, ma si prevengono tra marzo e maggio.

Professore Tansi, ogni estate la Calabria brucia. È davvero colpa del caldo?

«No. Questo è il primo falso mito da sfatare. Alle nostre latitudini gli incendi boschivi non si innescano spontaneamente per il caldo. Le alte temperature e il vento rendono il fuoco più violento e ne favoriscono la propagazione, ma l’innesco è quasi sempre di origine umana, volontaria oppure involontaria».

Qual è la principale causa degli incendi?

«La principale causa è la mancata prevenzione. Prevenzione significa eliminare il “combustibile” prima dell’estate: molte strade comunali e provinciali hanno i margini completamente invasi da erba secca, sterpaglie e canneti. Basta una sigaretta accesa lanciata dal finestrino per trasformare quei bordi strada in una miccia lunga chilometri. Non è un caso che moltissimi incendi inizino proprio lungo le strade provinciali e comunali. Diversa è normalmente la situazione delle strade Anas, dove la manutenzione viene effettuata con maggiore regolarità».

La prevenzione riguarda solo le strade?

«Assolutamente no. La prevenzione vera si fa nei boschi. Durante la primavera la Regione dovrebbe realizzare ampie fasce tagliafuoco eliminando completamente erba e sottobosco per decine o centinaia di metri di larghezza e per alcuni chilometri di lunghezza. Quando il fuoco arriva davanti a queste fasce trova pochissimo materiale da bruciare e rallenta oppure si arresta. È una tecnica utilizzata da decenni in tutto il mondo.»

Anche Comuni e Province hanno delle responsabilità?

«Certamente. Dovrebbero mantenere puliti i bordi delle proprie strade. Molti enti, però, non dispongono delle risorse economiche necessarie. Proprio per questo la Regione dovrebbe intervenire in modo sussidiario, finanziando o realizzando direttamente queste attività. Ogni euro investito nella prevenzione evita decine di euro che poi vengono spesi per lo spegnimento.»

Come vengono innescati gli incendi?

«Esistono due grandi categorie: gli incendi dolosi e quelli colposi. I primi vengono appiccati volontariamente; i secondi derivano da comportamenti imprudenti.»

Qual è la differenza tra piromane e incendiario?

«È una differenza fondamentale. Il piromane è una persona affetta da un disturbo psichiatrico, la piromania. L’incendiario, invece, è perfettamente lucido e appicca il fuoco per ottenere un vantaggio economico, personale oppure criminale. Sono figure completamente diverse.»

Lei ha parlato più volte della cosiddetta “mafia dei boschi”. Di cosa si tratta?

«La magistratura calabrese, e in particolare Nicola Gratteri quando era procuratore di Catanzaro, ha svolto importanti indagini su interessi criminali collegati alla gestione del patrimonio boschivo. Uno dei possibili interessi economici riguarda gli interventi successivi agli incendi: abbattimenti, messa in sicurezza e rimozione del materiale legnoso, destinato anche alla filiera della biomassa. Su superfici molto estese queste attività possono movimentare importi economici rilevanti. Naturalmente questo non significa che tutti gli incendi abbiano questa origine, ma rappresenta uno dei possibili moventi emersi in alcune inchieste giudiziarie».

Quali sono invece le principali cause degli incendi colposi?

«La più frequente è la sigaretta lanciata dal finestrino. Poi ci sono le automobili parcheggiate sopra l’erba secca: la marmitta catalitica può raggiungere temperature molto elevate e diventare un punto di innesco. Esiste inoltre un’altra pratica purtroppo ancora molto diffusa».

Quale?

«L’abitudine di bruciare sterpaglie, ramaglie e residui di potatura. Molte persone lo fanno da decenni pensando che sia normale. In realtà, durante il periodo di massimo rischio queste pratiche sono vietate. Basta una folata di vento per perdere il controllo del piccolo fuoco. Nel giro di pochi minuti un rogo agricolo può trasformarsi in un enorme incendio boschivo».

Una volta scoppiato l’incendio, qual è il problema principale?

«La rapidità dell’intervento. Un incendio è come un tumore: se viene preso all’inizio può essere circoscritto; se si aspetta troppo produce metastasi. Con il fuoco accade esattamente la stessa cosa. Dopo mezz’ora può essere già decuplicato».

Chi è preposto allo spegnimento degli incendi boschivi in Calabria?

«La normativa nazionale attribuisce alle Regioni la competenza sullo spegnimento degli incendi boschivi. In Calabria questa funzione è stata affidata a Calabria Verde, che coordina le attività con il supporto dei Vigili del Fuoco e delle associazioni di volontariato di protezione civile. I Vigili del Fuoco intervengono soprattutto quando gli incendi minacciano abitazioni e infrastrutture».

Perché in Calabria gli interventi arrivano spesso tardi?

«Perché il sistema organizzativo presenta gravi criticità. Calabria Verde dispone di meno di 400 operatori forestali, un numero insufficiente per affrontare centinaia di incendi su un territorio vasto e impervio. Inoltre il personale ha un’età media elevata e servirebbe un ricambio generazionale. Mancano anche i mezzi di terra: i pick-up antincendio sono troppo pochi e spesso devono percorrere decine di chilometri prima di raggiungere il fronte del fuoco. La vera svolta sarebbe distribuire questi mezzi in modo capillare sul territorio. Se ogni Comune ne avesse almeno uno o due, moltissimi incendi potrebbero essere spenti nei primissimi minuti».

Molti pensano che Canadair ed elicotteri risolvano il problema. È davvero così?

«No. Lo spegnimento si basa sull’integrazione tra mezzi di terra e mezzi aerei. I Canadair e gli elicotteri sono fondamentali, ma da soli non bastano. Gran parte dell’acqua lanciata dall’alto viene intercettata dalle chiome degli alberi e spesso non raggiunge il terreno dove il fuoco continua a propagarsi. Il lavoro decisivo rimane quello delle squadre di terra».

Lei ha espresso perplessità anche sulla figura del Direttore delle Operazioni di Spegnimento (DOS). Perché?

«Il DOS coordina Canadair, elicotteri e squadre di terra. È una funzione decisiva. Ritengo che servano soprattutto esperienza pratica e una lunga attività sul campo. La formazione teorica è importante, ma non può sostituire anni di esperienza operativa. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, i DOS di Calabria Verde vengono chiamati a dirigere operazioni molto complesse dopo un corso di appena 20 o 30 ore. È come mettere un neopatentato alla guida di una monoposto di Formula 1. In passato queste funzioni erano svolte prevalentemente dal Corpo Forestale dello Stato, con personale che aveva maturato decenni di esperienza.»

Perché molti incendi vengono appiccati al tramonto?

«Perché di notte Canadair ed elicotteri non possono operare per motivi di sicurezza. Chi agisce deliberatamente lo sa benissimo. Inoltre esistono sistemi di innesco ritardato che consentono all’autore di allontanarsi prima che il fuoco divampi».

Si parla molto di droni. Possono risolvere il problema?

«I droni sono utilissimi per monitorare il territorio, individuare rapidamente i focolai e rappresentano anche un deterrente. Ma da soli non spengono gli incendi. Se dopo l’allarme non arrivano immediatamente uomini e mezzi, servono soltanto a documentare un incendio che continua ad espandersi».

Se dovesse indicare una sola priorità alla Regione Calabria, quale sarebbe?

«Cambiare completamente filosofia. Gli incendi non si combattono a luglio con Canadair ed elicotteri. Si prevengono tra marzo e maggio, con manutenzione dei boschi, pulizia delle strade, fasce tagliafuoco, più mezzi di terra, personale qualificato e una macchina organizzativa capace di intervenire nei primi minuti. Perché i primi dieci minuti decidono il destino di un incendio. Dopo, molto spesso, si può soltanto limitarne i danni».