Il caso dell’omicidio di Giuseppe Aguì, il fatto di sangue che sconvolse Bovalino nel novembre del 1991, potrebbe riaprirsi. Paolo Giorgi, l’uomo che per quel delitto è stato condannato a trent’anni di reclusione e che ha ormai interamente espiato la sua pena, ha depositato un esposto-denuncia che solleva dubbi inquietanti sulla tenuta di quel processo. Al centro dell’istanza, presentata tramite l’avvocato Antonio Russo, c’è una fotografia. Non una foto qualunque, ma la "Polaroid numero 2", quella che un testimone oculare avrebbe visionato nel corso delle indagini preliminari, indicando senza esitazione Giorgi come l’esecutore materiale dell’omicidio. Quell'individuazione fotografica fu il pilastro su cui i giudici di Locri e Reggio Calabria costruirono la sentenza di condanna, definendola una prova "decisiva".

Il "giallo" inizia quando Giorgi, tornato in libertà, decide di ricostruire i passaggi del suo riconoscimento. Attraverso una serie di istanze presentate tra il 2025 e il 2026 a Carabinieri e Polizia, la difesa ha scoperto una realtà spiazzante: di quella foto originale non c’è traccia. Il Commissariato di Bovalino ha risposto che il fotogramma «non risulta giacente», mentre i Carabinieri di Locri hanno precisato che il fascicolo in loro possesso è «privo di effigi fotografiche».

Ancora più singolare è che il problema della "sparizione" fosse già emerso durante il processo d'Appello nel 1994. All'epoca i giudici di piazza Castello tentarono invano di reperire l’originale, trovando solo una copia fotostatica di provenienza ignota e "poco chiara". Di fatto, nessun giudice sembra aver mai visionato la Polaroid originale che ha segnato il destino di Giorgi.

Nell'atto presentato lo scorso 28 maggio alla Procura di Locri, l’uomo mette i magistrati davanti a un bivio. La prima ipotesi è che quella fotografia non sia mai esistita: in questo caso, il verbale di riconoscimento sarebbe un falso e l'intero processo una clamorosa messa in scena. La seconda, altrettanto grave, è che qualcuno abbia deliberatamente sottratto, occultato o distrutto l'atto dal fascicolo processuale per impedire futuri controlli o la revisione della sentenza.

«Gli atti del processo sono atti pubblici», si legge nell'esposto, e la loro distruzione è un fatto penalmente rilevante che non può essere attribuito a cause naturali, visto che tutte le altre fotografie del fascicolo sono regolarmente al loro posto. Paolo Giorgi, che oggi chiede che venga fatta luce su "chi" e "perché" abbia manipolato quei documenti, non cerca solo una verità storica, ma punta alla revisione di un giudizio che, a trent’anni di distanza, appare poggiare sul nulla.