VIDEO | Conclusa la conferenza stampa sull’indagine che ha portato a 12 misure cautelari e al sequestro di un’impresa e di una cava. Il procuratore capo lancia anche l’allarme sugli organici con riferimento alle novità della riforma Nordio: «Senza un consistente rafforzamento si rischia la paralisi»
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Un comune della Piana di Gioia Tauro con meno di 5mila abitanti è la fotografia della capacità ancora estremamente intimidatrice e pervasiva della ndrangheta. Un comune sotto scacco di una cosca in grado di inquinare il tessuto economico e condizionare anche l’agire della Pubblica Amministrazione. Questo il grave quadro emerso dalle indagini che hanno portato l’ufficio gip e gup del tribunale di Reggio Calabria a emettere il provvedimento eseguito questa mattina dai militari del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro. Il comune è quello di Melicucco dove questa mattina è stata eseguita un’ordinanza cautelare a carico di dodici persone: sette in carcere e cinque ai domiciliari e tra queste anche un amministratore comunale.
Condotte gravi e anche particolarmente violente, risalenti al 2022, che integrano reati del calibro di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione e violenza privata aggravata, detenzione illegale di armi e di sostanza stupefacente ai fini di spaccio, al centro delle indagini del nucleo investigativo del gruppo carabinieri di Gioia Tauro partendo dalle risultanze investigative dei procedimenti "Crimine" e "Ndrangheta Stragista". Risultanze che hanno consentito di ricostruire le dinamiche associative della locale di 'ndrangheta di Melicucco e il suo profondo condizionamento del territorio. Rispetto alle condotte contestate, alcuna denuncia è mai stata registrata, segno di clima di forte intimidazione e controllo del territorio esercitato dalla cosca.
Contestualmente, è stato dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo, emesso dal medesimo Ufficio giudiziario, avente ad oggetto un'impresa individuale finalizzata alla gestione di una cava di inerti, anch’essa sottoposta a sequestro, e un terreno, in quanto ritenuti strumentali alla commissione di estorsioni.
I nomi
In carcere: Carmelo Costa; Pasquale Costa; Rosario Costa detto Angelo; Salvatore Costa;
Salvatore Mangiaruga; Dario Varamo; Salvatore Ammazzagatti (viene esclusa l’associazione mafiosa).
Ai domiciliari: Domenico Antonio Napoli; Gabriele Bruzzese; Domenico Giuseppe Galatà; Giuseppe Politanò; Giorgio Varone.
Tutti vanno considerati innocenti fino sentenza a definitiva di condanna.
I dettagli sono stati illustrati questa mattina in conferenza stampa, presso il comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria, dal procuratore capo della Repubblica Giuseppe Borrelli, affiancato dal tenente colonnello Carmine Mungiello e da Giovan Battista Marino, rispettivamente comandante del gruppo carabinieri e comandante nucleo operativo Gioia Tauro.
Le investigazioni hanno inoltre consentito di raccogliere elementi utili a contestare la concreta disponibilità, da parte dell'associazione di tipo mafioso, di armi. Gli approfondimenti investigativi hanno interessato anche il settore degli stupefacenti. Sebbene il traffico di droga non costituisse il core business della locale di Melicucco, gli appartenenti al sodalizio non avrebbero rifuggito dall'occuparsene in caso di necessità. In tale ambito, alcune trattative già avviate non sarebbero giunte a compimento per circostanze fortuite, che ne avrebbero impedito la concretizzazione. «Sono stati registrati degli incontri tra la cosca ed esponenti di una famiglia di Africo, finalizzati a ottenere un appoggio logistico nella zona di Melicucco per lo per lo stoccaggio di un carico da esfiltrare al porto di gioia Tauro. Tale attività operazione però non si concludeva», ha spiegato il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli.
Accertati anche contatti consorterie con la cosca Piromalli di Gioia Tauro e Mancuso di Limbadi. Nelle dinamiche criminali, riferiscono gli inquirenti, è abbastanza normale che le cosche si relazionino tra loro.
Borrelli: «Territorio “sotto totale controllo” e mai nessuna ha denunciato»
«Sono molto soddisfatto di questa operazione perché significativa rispetto a quanto la procura si ripromette di fare nel corso dei prossimi anni, in particolare, sotto la mia direzione ossia dimostrare l’attualità e la permanenza dei fenomeni criminali mafiosi sul territorio calabrese, con particolare riferimento sia alle nuove dimensioni dell’agire mafioso sia alle dinamiche tradizionali del controllo del territorio, fondate sull’assoggettamento, sulla violenza e sull’intimidazione. Abbiamo ricostruito un contesto in cui il territorio è stato “sotto totale controllo” dalla cosca. Va sottolineato, a conferma di questo, che non vi sono state denunce da parte dei soggetti estorti che, stante la fase dell’indagine, non hanno ancora potuto confermare o negare il loro assoggettamento, perché le fattispecie sono state ricostruite attraverso l'attività di intercettazione», ha sottolineato il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli.
Marino: «Nessuna denuncia, i fatti ricostruiti grazie alle indagini»
Drammaticamente significativa l’assenza di collaborazione da parte della comunità che ha subito senza mai denunciare. «Non abbiamo registrato denunce per tutti i fatti contestati. I fatti sono stati ricostruiti attraverso l’attività tecnica e intercettiva, i pedinamenti e le osservazioni svolte dal nucleo investigativo del gruppo carabinieri di Gioia Tauro. Questo è un dato che, effettivamente, ci porta a riflettere. Speriamo, però, che anche questo tipo di attività possa accrescere la fiducia della popolazione nelle istituzioni, nella Procura della Repubblica, nell’Arma dei Carabinieri e in tutte le forze di polizia, affinché in futuro possa esserci una maggiore collaborazione su questi fatti.
La forza intimidatrice della ‘ndrangheta è evidente perché si tratta di cosche di ’ndrangheta strutturate sul territorio e riconosciute. La prima forma di intimidazione nasce proprio dal riconoscimento: in piccoli centri come questi tutti sanno chi la esercita. Il riconoscimento deriva anche dalla loro storia familiare e giudiziaria. L’uso della violenza e la capacità di intimidire vengono esercitati in maniera costante: questa è, sostanzialmente, l’arma che utilizzano e che gli consente di esercitare il potere di controllo. Qui la cappa è asfissiante», ha sottolineato Giovan Battista Marino, comandante nucleo operativo Gioia Tauro.
Borrelli: «Senza un consistente rafforzamento degli organici si rischia la paralisi»
Il procuratore è anche a lungo intervenuto in merito alla riforma Nordio. «Gli attuali organici – ha dichiarato – di fronte alla complessità delle dinamiche investigative, non consentono di fornire risposte immediate e compatibili con i tempi delle indagini oggi imposti dalla legge. Ci troviamo davanti a una riforma epocale, destinata a entrare in vigore nei prossimi mesi: quella del giudice collegiale che, da un punto di vista meramente aritmetico, è destinata a triplicare i tempi di adozione dei provvedimenti cautelari. Credo che una riforma di questo genere, per evitare effetti e un impatto paralizzante sull’attività giudiziaria, debba essere accompagnata da un rafforzamento consistente degli organici. La paralisi dell’attività giudiziaria in un territorio di mafia andrebbe essenzialmente a discapito dei cittadini.
Se ciò che fino a oggi ha fatto un giudice dovrà essere svolto da tre giudici, questo implica che, dove prima ce n’era uno, dovranno essercene tre. In altri termini, presso l’Ufficio Gip di Reggio Calabria, a fronte degli attuali dieci giudici, dovranno essercene trenta. Allo stato non vedo traccia di tutto ciò, ma non posso prevedere cosa avverrà nei prossimi mesi ed esprimo l’auspicio che questo rafforzamento si realizzi».

