«L’accordo fondativo del sodalizio» era piegare l’amministrazione regionale agli interessi clientelari dei maggiorenti elettorali di Mario Oliverio, in cambio del sostegno necessario a garantirgli consenso e continuità politica. È questa la tesi del pubblico ministero Alessandro Rho, che nel corso della requisitoria del maxi processo Glicine-Acheronte, istruito dalla Dda di Catanzaro, ha ricostruito il presunto sistema di spartizione del potere alla Regione Calabria, individuando nell’ex governatore Mario Oliverio, nel suo segretario particolare Giancarlo Devona e nei referenti territoriali Nicola Adamo, Sebastiano Romeo e Vincenzo Sculco i protagonisti dell’intesa contestata. Un meccanismo che, secondo l’accusa, avrebbe trasformato le funzioni pubbliche in uno strumento al servizio delle clientele locali e delle ambizioni elettorali. «La cura del proprio singolo feudo elettorale», scrive il pm, sarebbe stata perseguita attraverso la deviazione dei poteri dell’esecutivo regionale, con l’obiettivo di tutelare prioritariamente gli interessi delle rispettive reti di consenso.

L’accusa di associazione a delinquere

Nelle sue conclusioni, il pubblico ministero delinea l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata, secondo l’impianto accusatorio, a piegare le funzioni pubbliche della Regione Calabria agli interessi elettorali e clientelari dei principali sostenitori politici dell’allora presidente Oliverio. Al centro della ricostruzione vi sarebbe un accordo tra il governatore, il suo segretario particolare Giancarlo Devona e i maggiorenti elettorali dei diversi territori: Nicola Adamo per il Cosentino, Sebastiano Romeo per il Reggino e Vincenzo Sculco per il Crotonese. L’obiettivo, secondo il pm, sarebbe stato quello di orientare le decisioni dell’amministrazione regionale a vantaggio delle clientele locali, in cambio del sostegno elettorale necessario a consolidare il consenso attorno a Oliverio, anche in vista delle successive competizioni.

L’accusa individua proprio nella gestione del consenso il motore del presunto sodalizio, evidenziando come politici privi di incarichi nell’esecutivo regionale intervenissero su questioni amministrative di rilievo nei rispettivi collegi, facendo arrivare le proprie indicazioni al presidente attraverso Devona. Una dinamica che, nelle valutazioni del magistrato, avrebbe consentito di orientare l’esercizio dei poteri pubblici verso interessi particolari, anziché secondo criteri di imparzialità. La finalità, scrive il pm nella memoria conclusiva, sarebbe stata la «cura del proprio singolo feudo elettorale», attraverso la deviazione dei poteri dell’esecutivo regionale per tutelare le esigenze delle clientele locali. Anche la distribuzione dei fondi regionali, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe risentito di questa logica, con risorse destinate a Comuni guidati da sindaci vicini ai singoli esponenti politici.

Il ruolo del segretario del governatore

In questo quadro, Devona viene indicato come l’elemento di raccordo tra Oliverio e i referenti territoriali, una sorta di longa manus del presidente nella gestione delle richieste politiche. A sostegno della propria ricostruzione, Rho richiama anche alcune intercettazioni nelle quali Devona avrebbe fatto riferimento alla propria posizione di forza, legata ai rapporti familiari, tanto da considerarsi «intoccabile», una condizione che, secondo il pm, non gli avrebbe impedito di mantenere la fiducia di Oliverio, che lo aveva scelto come segretario particolare. Il carattere anche economico del presunto sistema emergerebbe inoltre da un’altra conversazione, nella quale Devona avrebbe commentato l’eventualità di affidare la gestione dell’Asp di Crotone all’area riconducibile a Sculco: «È vero che faceva che ca**o voleva lui... ma qualche ca**o di cosa la guadagnavamo sicuro noi... sia in termini politici che in termini economici».

Il “patto del Nozzularu” e il ruolo di Sculco

È proprio il cosiddetto “patto del Nozzularu”, ricostruito attorno a una cena a Sellia Marina alla quale avrebbero partecipato Oliverio, Sculco, Adamo, Romeo e Devona, uno degli episodi che il pubblico ministero considera maggiormente significativi per delineare l’operatività dell’associazione contestata. In quella circostanza, secondo l’accusa, Sculco avrebbe chiesto al presidente di intervenire sugli equilibri politici e amministrativi del Crotonese, rivendicando la necessità di rimuovere gli ostacoli alla propria azione sul territorio e di sostituire i vertici dell’Asp. «Mi hai fatto, mi hai circondato di nemici a Crotone; se vuoi che io adesso ti faccia la regia per le prossime elezioni regionali, puliscimi il territorio», avrebbe detto Sculco a Oliverio, secondo quanto riportato nelle intercettazioni richiamate dal pm.

La risposta del governatore, nella ricostruzione accusatoria, si sarebbe tradotta nella disponibilità a intervenire. Il magistrato richiama, in particolare, una conversazione nella quale Oliverio avrebbe sollecitato l’allora direttore generale dell’Asp, affermando: «No, bisogna aprire... ad Enzo se c’è qualcosa gliela dobbiamo fare perché vedi che Lucio è dei nostri». Il presidente avrebbe poi avallato le nomine richieste dall’area di Sculco, arrivando a definire in termini sprezzanti uno dei candidati, ma assicurando comunque che sarebbe stato sistemato «con un biglietto mio».

Sculco e l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso

Tra le accuse per le quali è stata invocata la condanna di Sculco c’è anche lo scambio elettorale politico-mafioso in relazione ai rapporti intessuti con Giuseppe Berardi e Roberto Siciliani (per i quali sono stati chiesti 12 anni di reclusione), amministratori locali di Cirò Marina (rispettivamente ex vicesindaco e sindaco) condannati per la loro intraneità alla locale di 'ndrangheta cirotana nell’ambito del processo Stige, attraverso i quali il leader dei DemoKratici avrebbe puntato a incanalare il bacino di voti controllato dalla cosca Farao-Marincola. Su questo tema l’accusa va giù molto pesante affermando che «il leader politico crotonese, del resto, ha sempre dimostrato una certa familiarità con la ‘ndrangheta» e richiamando gli esiti di indagini come Six Towns «i quali davano atto degli incontri occorsi prima delle elezioni regionali del 2014 tra lo Sculco e rilevanti personaggi della cosca Marrazzo di Belvedere Spinello». Il pm fa poi riferimento a episodi come l’affidamento dei lavori della Provincia a Salvatore Rachieli (per il quale sono stato chiesti 2 anni e 6 mesi di reclusione), in cambio di un bacino elettorale stimato in circa 200 voti, nonostante un intermediario gli avesse apertamente illustrato i legami dell'imprenditore con la malavita («ha un sacco di amici delinquenti, buoni, cattivi, compari, cose... ne ha un sacco proprio»).

L’accusa richiama anche «rapporti diretti tra Sculco ed uno dei vertici della cosca Megna, Mario Megna» in cui in un'intercettazione del 14 giugno 2017, Megna definiva Sculco «il capo di tutta la politica del crotonese... una potenza» e gli chiedeva un intervento per una pratica di mobilità in favore di una propria congiunta. L'accusa poi concentra l’attenzione sulla Fiera Mariana del 2019 e sul ruolo di Maurizio Del Poggetto (condannato a 12 anni in abbreviato), ritenuto esponente della cosca dei Papaniciari. L'impianto accusatorio evidenzia come Del Poggetto puntasse a gestire direttamente la manifestazione per esternalizzare i controlli ed evitare che il Comune effettuasse verifiche antimafia sugli espositori, assicurando così alla consorteria un ritorno economico ed egemonico sul territorio. «ebbene - scrive il pm – nemmeno in quella occasione Sculco adombrava la benché minima opposizione al disegno dell’interlocutore, e, anzi, ne incentivava la realizzazione».

Recuperare voti

Nicola Adamo e Sebastiano Romeo, insieme a Sculco, vengono indicati dal pm come referenti politici del presunto sodalizio nei rispettivi territori. Per Rho, il ruolo attribuito ad Adamo sarebbe stato quello di promotore dell’associazione e responsabile del bacino elettorale cosentino, con un’influenza sulle scelte relative all’allocazione delle risorse regionali. Tra gli episodi richiamati figura l’intervento per ricucire i rapporti con il consigliere comunale catanzarese Sergio Costanzo e salvaguardarne il consistente pacchetto di preferenze. Secondo il magistrato, vi sarebbe stata «un’azione corale dei politici sopra menzionati per recuperare il rapporto con il prevenuto», nella prospettiva di non disperdere il bacino elettorale di cui Costanzo era espressione. Una dinamica che, nelle conclusioni del pm, dimostrerebbe la disponibilità degli esponenti coinvolti a intervenire anche in presenza di parentele politicamente scomode, pur di recuperare voti. 

Le richieste di pena

Sulla base di queste considerazioni, il pm ha rassegnato le proprie conclusioni chiedendo la condanna per tutti i principali protagonisti della presunta intesa affaristico-politica. Nello specifico il magistrato ha chiesto la condanna a 21 anni di Vincenzo Sculco perché ritenuto colpevole di 20 capi di imputazione, quale capo e promotore dell'associazione a delinquere, compreso lo scambio elettorale politico-mafioso e per condotte corruttive. Nei confronti dell'ex governatore Mario Oliverio, l’accusa ha invocato la condanna a sei anni di reclusione quale promotore dell'associazione a delinquere, per aver messo a disposizione l'esecutivo regionale a garanzia del proprio progetto elettorale, e per traffico illecito di rifiuti. Per Nicola Adamo e Sebastiano "Sebi" Romeo il pm ha chiesto la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione, per associazione a delinquere quali promotori e organizzatori del sodalizio per la gestione orientata delle risorse regionali, dei concorsi e dei finanziamenti a tutela dei propri feudi elettorali nel cosentino e nel reggino. Infine, nei confronti di Giancarlo Devona è stata chiesta la condanna a 14 anni per il ruolo di capo-promotore dell'associazione a delinquere, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, turbata libertà degli incanti, corruzione elettorale, corruzione aggravata.