Teatro di strada, poesia e musica a Pentimele per il progetto di Mana Chuma Teatro. Massimo Barilla racconta una ricerca che mette in relazione gli spazi della città e i linguaggi della scena, fino ai concerti di Nuhara e Daniele Sepe, tra tradizione mediterranea e sperimentazione
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Portare il teatro nelle periferie significa scegliere di incontrare la città anche nei suoi spazi meno frequentati, creare occasioni per fermarsi e riconoscere possibilità nuove nei luoghi della quotidianità. Epic Reggio Calabria prosegue su questa strada, facendo della relazione tra arte e territorio il cuore della propria proposta. A Pentimele, nel piazzale Ferrari, teatro, poesia e musica hanno costruito un percorso nel quale la scelta dello spazio è parte del racconto, insieme alle voci e alle storie che lo attraversano.
Il progetto di Mana Chuma Teatro, inserito in ReggioFest26 – cultura diffusa, ha portato dal 24 al 26 settembre una proposta che intreccia esperienze artistiche differenti. A spiegarne il senso, ai nostri microfoni, è Massimo Barilla, co-direttore della compagnia insieme a Salvatore Arena.
«Epic Reggio continua per un’ulteriore annualità a esplorare le periferie della città, a riabitare luoghi che sono magari anche non luoghi, come in questo caso, e quindi abbiamo la possibilità di riguardarci nei nostri territori in una forma diversa».
L’idea di riabitare torna nelle sue parole come una scelta precisa: costruire attraverso l’arte una relazione con gli spazi, invitare le persone a viverli e a osservarli da una prospettiva diversa. Anche il programma nasce da questa necessità, con contenuti che dialogano con il territorio e con la possibilità di renderlo luogo di partecipazione.
«I contenuti artistici sono anche un po’ legati a quest’idea e alla necessità di riabitarli. Per cui siamo contenti di aver ancora una volta aperto il mondo del teatro ad altri linguaggi performativi».
È un’apertura che appartiene alla ricerca della compagnia. La parola può incontrare la musica, il gesto può dialogare con le immagini, il racconto del mito può trovare una forma contemporanea. Per chi lavora sulla scena, spiega Barilla, questi linguaggi condividono un terreno comune: «Per noi dialogano in una costanza e in una continuità che viene separata solo da concetti che sono esterni, non sono interni a chi fa arte performativa».
La prima serata ha reso visibile questo intreccio attraverso il teatro di strada e il videomapping. Con «Circe», il mito è entrato nello spazio urbano attraverso la presenza dell’interprete e la forza delle immagini, aprendo un percorso proseguito poi nell’incontro tra poesia performativa e musica.
Barilla richiama proprio questa successione, «dalla prima serata che ha visto alternarsi il teatro di strada», accompagnato dal videomapping e da «una visione per immagini anche della capacità di raccontare il mito», fino «ai passaggi successivi in cui poesia performativa e musica si sono alternati in varie componenti».
La poesia ha trovato così una dimensione fatta di voce, ritmo e ascolto. Nei versi, le immagini dell’acqua, della pelle e della memoria si susseguono e acquistano una presenza sonora: la parola pronunciata entra nello spazio, incontra la musica e raggiunge il pubblico attraverso l’interpretazione. Un passaggio che restituisce il senso di una proposta nella quale le diverse forme artistiche si alimentano reciprocamente.
A completare il percorso sono stati i concerti di Nuhara e Daniele Sepe, due esperienze che, con sensibilità e strumenti differenti, lavorano sulle radici mediterranee e sulla loro capacità di parlare al presente. Il trio siciliano intreccia ricerca sulla tradizione e sonorità contemporanee; il sassofonista napoletano attraversa culture e repertori dentro un viaggio musicale che caratterizza da tempo la sua produzione.
«Chiudere con due concerti che radicano anche la tradizione mediterranea», racconta Barilla, ha significato accostare un’esperienza «molto strutturata come quella di Daniele Sepe, che da trent’anni ci delizia con questo suo viaggiare attraverso il mondo con la sua musica», alla ricerca innovativa di Nuhara.
Nel lavoro del trio, Barilla riconosce la possibilità di trasformare la conoscenza del passato in un linguaggio capace di rinnovarsi: «Ci ha fatto ancora una volta capire come dalla tradizione, partendo anche in una maniera filologica dallo studio della tradizione, si possa rinnovare costantemente il linguaggio contemporaneo».
Il rapporto con le radici attraversa dunque l’intero progetto, dalla musica alla scelta dei luoghi. Riabitare uno spazio e reinterpretare una tradizione richiedono entrambi attenzione, conoscenza e disponibilità a immaginare. Epic porta questa ricerca nelle periferie di Reggio, dove una serata di teatro, un verso o un concerto possono diventare l’occasione per ritrovarsi e guardare con occhi diversi un pezzo della propria città.

