Lunga notte di Medea ha inaugurato il cartellone del Globo Teatro Festival, giunto alla sua VII edizione. Una risposta del pubblico netta e partecipe, che ha accompagnato gli interpreti al termine di una serata di forte intensità emotiva, confermando la tenuta scenica di un lavoro capace di affrontare la tragedia classica senza compiacimenti, restituendola alla sensibilità del presente.

La produzione di Officine Jonike Arti, con la regia di Americo Melchionda, assume come perno il testo di Corrado Alvaro (1949), operando uno scarto decisivo rispetto al modello classico : l'infanticidio non scaturisce dalla vendetta passionale euripidea contro l'uomo, ma dalla pressione materiale e politica della polis. Medea è una profuga della Colchide, Corinto la rigetta come corpo estraneo, minaccia etnica e culturale. La soppressione dei figli diviene così un estremo atto di sottrazione al linciaggio e alla schiavitù imposti da una comunità ostile.

La composizione scenica, firmata Melis-Lazzaro, ei costumi di Malaterra stabilizzano con rigore la gerarchia del conflitto. Lo spazio è dominato dalla terra e dal fuoco, elementi di attrito fisico e perimetro di reclusione su cui Medea è costretta a consumare il proprio isolamento. I materiali dei costumi marcano la cesura tra due mondi inconciliabili: fibre pesanti e organiche per i barbari, linee definite e rigide per l'ordine cittadino.

La scelta registica di delegare Creonte alla sola presenza video, interpretato da Hal Yamanouchi, traduce l'autorità in un'entità de-umanizzata e inaccessibile: un potere burocratico che ordina l'espulsione e la separazione senza mai esporsi al confronto diretto.

Maria Milasi, nei panni di Medea, imposta la recitazione su un registro rigorosamente sottrattivo. Evitando la dilatazione vocale del tragico convenzionale, l'attrice restituisce la stanchezza corporale dell'esule prima ancora della frattura psicologica. La sua Medea non persegue una furia vendicativa autonoma, ma subisce e metabolizza lo stigma che la folla le impone, arrivando al delitto come estrema via di fuga per i propri figli.

Americo Melchionda, regista e interprete di Giasone, impone una scansione temporale tesa, priva di pause enfatiche. Come interprete, spoglia Giasone da ogni residuo di eroismo epico: il personaggio agisce da funzionario opportunista, pronto a giustificare l'abbandono e la ragion di Stato con argomenti di prudenza e convenienza sociale.

Tra di loro si muovono altri personaggi come Nosside (Kristina Mravcova) e le figure corali (Chiaraluce Fiorito, Maria Marino), che non commentano l'azione dall'esterno, ma funzionano come estensione dello sguardo giudicante della comunità. La partitura sonora di Aldo Gurnari sostiene, infine, questo assedio continuo, scandendo le tappe dell'espulsione fino all'epilogo.

Spogliata del sortilegio e della furia divina, la Medea di Alvaro riconsegnata da Officine Jonike Arti cessa di essere un’eccezione mitologica per farsi paradigma storico. In questo allestimento non si consuma un rito arcaico, ma la cronaca lucida di un’espulsione, la tragedia di un corpo che non si piega all’assimilazione e di una polis che, pur di preservare la propria presunta purezza, sceglie scientemente di trasformare la diversità in minaccia e l'esule in mostro.

Una prova di grande intensità, accolta dal pubblico con entusiasmo e suggellata da un lungo applauso finale, che ha dato il via al Festival nel segno di un teatro capace di emozionare, interrogare e lasciare una traccia profonda.