C’è una storia che merita di essere raccontata ancora, e soprattutto in un modo nuovo. Quella del giudice Antonino Scopelliti, ucciso dalla mafia nel pieno del suo lavoro contro la criminalità organizzata, è stata al centro del recital “Il Giudice SOLO”, andato in scena allo Sporting Stelle del Sud di Reggio Calabria. Una narrazione inedita, immersiva, intensa, nata per parlare a tutti, soprattutto ai più giovani. La serata ha anticipato la commemorazione del 9 agosto, ma senza cedere alla retorica del ricordo.

Una memoria che si è fatta linguaggio vivo, tra suoni, immagini e voce narrante, restituendo l’umanità di un uomo che ha scelto di servire lo Stato fino all’ultimo giorno. Una scelta ancora più forte se espressa attraverso la bellezza. E proprio questo è stato il punto di partenza: rappresentare il coraggio senza urlarlo, evocarlo senza semplificarlo.

Lo spettacolo, scritto e diretto da Serena Cara, prende corpo attraverso l’interazione tra narrazione recitata, musica eseguita dal vivo da Antonio Barresi e live art visiva firmata da Pietro Adorato. I tre artisti, che insieme formano il collettivo BAC, hanno costruito un format narrativo capace di tenere insieme emozione e rigore, evitando qualsiasi appiattimento celebrativo.

Sul palco si disegna in tempo reale, mentre la musica accompagna parole che non cercano di spiegare, ma di trasmettere. È un modo diverso di raccontare una figura come quella di Scopelliti: non solo il giudice del maxiprocesso, ma anche l’uomo, il padre, la vittima di un agguato che ancora oggi chiede giustizia. Un racconto che non si ferma alla cronaca, ma si fa testimonianza emotiva e civile.

«Una giornata per prepararci a quella che sarà la commemorazione del 9 agosto. Ma lo facciamo in un modo diverso, attraverso l’arte». Così Rosanna Scopelliti, presidente della Fondazione dedicata al padre Antonino, ha introdotto la serata. Un linguaggio nuovo su cui scommette la Fondazione, perché – come ha ricordato – «la bellezza può sconfiggere le mafie. Lo diceva Peppino Impastato, e noi vogliamo continuare su questa strada». “Il Giudice SOLO” diventa così uno strumento di memoria attiva, una forma di racconto che si affida a musica, colori, immagini.

«Vogliamo proporlo anche nelle scuole – ha spiegato – perché i ragazzi hanno bisogno di linguaggi che parlino anche alla loro sensibilità. Non possiamo limitarci a fissare delle date per ricordare. Dobbiamo farlo con intensità, con autenticità, con creatività».

Portare la figura di Antonino Scopelliti fuori dai tribunali e dagli articoli di giornale, e riportarla al centro di un’esperienza accessibile, sentita, partecipata: questo è l’obiettivo dichiarato. Perché – ha sottolineato ancora – solo la consapevolezza del valore del nostro territorio può spezzare il giogo mafioso. E in quella consapevolezza, la memoria ha un ruolo fondamentale.

 «Rappresentare in immagini una storia che può essere tragica, ma anche un insegnamento»: è da questa intenzione che nasce l’approccio del collettivo B.A.C., che ha messo in scena il recital con l’obiettivo di raccontare Antonino Scopelliti fuori dagli schemi, senza retorica né formalismi. «Con la musica, il recitato e l’arte grafica cerchiamo di creare sensazioni diverse», ha spiegato Pietro Adorato, artista visivo del gruppo. La scelta di affidarsi anche all’animazione e al disegno in tempo reale permette di accompagnare lo spettatore dentro la narrazione, offrendo uno sguardo più intimo e stratificato.

«Serena Cara è stata molto abile nel cucire una storia da un punto di vista diverso, introspettivo – ha aggiunto –. L’arte, la musica e l’elemento visivo sono la cornice che sostiene questo contesto». L’obiettivo dichiarato non è semplificare, ma rendere accessibile. E in questo equilibrio tra rigore e delicatezza, il linguaggio artistico riesce a tenere viva l’attenzione senza sovraccaricare.

«La musica riesce ad arrivare in modo diretto, più delle parole», ha sottolineato il chitarrista Antonio Barresi. «Il fatto che ci siano insieme la musica e l’arte aiuta a catalizzare l’attenzione dello spettatore, che si ritrova immerso nella storia senza accorgersi del tempo che passa».

Il recital ha una durata di circa un’ora, ma il coinvolgimento resta costante, fluido, mai forzato. «È un format che funziona davvero, e speriamo che arrivi forte anche questa sera». Un auspicio condiviso anche da Serena Cara, autrice del testo e voce narrante dello spettacolo, che ha voluto cucire il racconto con toni misurati, ma profondi. E sulla possibilità di riproporre il format anche nelle scuole, per gli artisti «Sarebbe una bella cosa, uno stimolo per i ragazzi». Una narrazione che continua a camminare, pronta a farsi strumento educativo e culturale anche fuori dai contesti istituzionali. Perché, come ha ricordato Rosanna Scopelliti, la memoria non è un dovere da assolvere, ma un modo di restare umani.