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LUOGHI DEL CUORE | Pascoli canta lo Stretto tra Messina e Reggio dove «le onde greche vengono a cercare le latine»

Il poeta romagnolo professore ordinario presso l'università nella città peloritana tra il 1898 e il 1902 fu rapito dal fascino e dalle suggestioni dello specchio d'acqua e del paesaggio calabrese al di là di esso. Una stele posta sul lungomare reggino celebra tale ispirazione

LUOGHI DEL CUORE | Pascoli canta lo Stretto tra Messina e Reggio dove «le onde greche vengono a cercare le latine»

Un incanto che ancora decanta quello di Giovanni Pascoli, il poeta del Gelsomino notturno. Affacciato da palazzo Sturiale a Messina, spingeva lo sguardo oltre lo Stretto fino a Reggio e al suo Aspromonte. Uno stupore impresso su carta. Parole poi incise sulla stele eretta sul lungomare di Reggio Calabria, città dove l’illustre poeta coltivò amicizie e incontri, come quella con il famoso latinista Diego Vitrioli.

Il mare pieno di voci

«Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie.

È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sé lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare.

Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia».Si tratta del brano introduttivo a “Un poeta di lingua morta” tratto dalla raccolta “Pensieri e discorsi” pubblicata, nella sua seconda edizione, 110 anni fa, nel 1914.

La stele, restaurata nel 2014 da Lions Club Reggio Calabria Rhegion, era stata vandalizzata nel 2015. Fece discutere, destando apprezzamenti ma anche critiche, trattandosi di un bene culturalae vincolato, l’iniziativa spontanea di due giovani cittadine di ripulire la stele.

La vita e le poesie

Giovanni Agostino Placido Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912), autore de Il fanciullino, delle Myricae, dei Poemi conviviali, delle Poesie Varie, dei Canti di Castelvecchio, dei Poemi del Risorgimento, con il poeta Vate Gabriele D’annunzio tra i più fulgidi rappresentanti del Decadentismo italiano.

Dopo un iniziale impegno politico anarchico-socialista e un periodo di detenzione di oltre 100 giorni, la vita di Pascoli fu segnata da una profonda e inguaribile malinconia. Vi si radicò il mito del nido familiare perduto perché devastato da perdite e lutti. L’animo di Pascoli si librò conteso tra il cielo immenso ed infinito e la terra piccola e carica di dolore.

Nella poesia X Agosto, tratta dalla raccolta Myricae, la terra si mostra inondata dal pianto di stelle. Ispirò la lirica proprio la sua drammatica vicenda familiare, divenuta così poetica,. L’uccisione del padre avvenuta il 10 agosto 1867 alla quale seguirono la morte della madre Caterina, della sorella maggiore Margherita e dei fratelli Luigi e Giacomo. Un delitto rimasto impunito, consumatosi in circostanze mai chiarite. Il dolore e l’amarezza gravati, dall’invisibilità del volti dei responsabili rimasti ignoti, emergono anche dalla sua celebre lirica La cavallina storna.

Poeta e latinista

La sua esperienza di docente latinista lo condusse a Messina, Pisa e Bologna. Conobbe e strinse legami con Giosuè Carducci, di cui fu allievo all’università di Bologna e che raccolse la sua eredità come docente nello stesso ateneo.

Una pagina della sua vita fu, dunque, scritta in riva allo Stretto. A cavallo tra i due secoli, fu professore ordinario di Letteratura Latina all’Università di Messina chiamato con decreto ministeriale senza concorso e per meriti straordinari.

Con la sorella Mariù e con il cane Gulì, abitò in via Legnano. Poi, dal novembre 1898 alla fine del mese di giugno del 1902, a palazzo Sturiale, in piazza Risorgimento (piazza Don Fano). Da qui godette di una veduta anche sulla nostra terra. «(…) dalla cucina si vede il forte Gonzaga sui monti…dall’altra finestra il mare, su l’Aspromonte…».

Scrisse a Ludovico Fulci, prima deputato e poi senatore siciliano del Regno d’Italia: «Io a Messina, ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita».

Sempre da Messina, decantò anche per iscritto il paesaggio comune alla Calabria segnato da «bella falce adunca, che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo» e da «il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia e l’Aspromonte che, agli occasi, si colora d’inesprimibili tinte».

I fratelli Sammarco di Varapodio

Rapporto scandito da amicizie ebbe pure con la Calabria che definì sua nella corrispondenza che mantenne, anche dopo il suo trasferimento a Bologna, con Raffaele Sammarco, docente e giornalista della Gazzetta di Messina e delle Calabrie, che con il fratello più piccolo GianFrancesco, fu discepolo di Giovanni Pascoli a Messina. La corrispondenza tra i fratelli di Varapodio, nel reggino, già provincia, e il poeta romagnolo durò e lungo e una di queste cartoline firmate dal Pascoli è incorniciata a casa Sammarco.

Il dolore dopo il sisma del 1908

Il poeta romagnolo ebbe parole di grande struggimento quando il sisma del 1908 rasè al suolo le città dello Stretto.

«Ormai in quel lido, non altra opera umana si compie che l’ultima; il seppellimento. Non si aggirano tra le rovine se non fossori. E i fossori sono militi, come dopo una battaglia. E fu invero una battaglia quale mai non si raccontò nella storia degli uomini. Una immensa torma di cavalli […] sembrò passare al galoppo, sottoterra, nella fragorosa carica di un minuto. Una bocca di fuoco sparò […] col rombo di cento cannoni in uno, nel cupo silenzio della notte.

E il mare si alzò di cinquanta metri, e la terra si abbassò e poi balzò su. E un soffio vastissimo di luce rossa, come un’improvvisa aurora boreale, alitò dal lido opposto; e un astro o più astri si sgretolarono in cielo. Fu una battaglia davvero, ma di Titani, ridesti dal loro sonno millenario in fondo agli abissi, e ritrovatisi in cuore la terribile loro collera primordiale. Ora in quel campo di battaglia, battaglia durata un attimo, dopo quindici giorni si procede all’opera ultima e postuma» – Giovanni Pascoli, Università di Bologna, gennaio 1909.

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