L’avvocato reggino Antonino Polimeni partirà il 29 giugno per una nuova missione umanitaria a Kathmandu a sostegno di un orfanotrofio che ospita 24 bimbi. Avviata una raccolta beni, soprattutto vestiario: «Dalla gente una risposta straordinaria»
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Non è la prima volta che l’avvocato Antonino Polimeni, professionista reggino da anni impegnato nel sociale, sceglie di mettere le proprie competenze e il proprio tempo al servizio degli ultimi. Il prossimo 29 giugno partirà nuovamente per il Nepal, dove seguirà una missione umanitaria a favore di un orfanotrofio che ospita 24 bambini. L’obiettivo è raccogliere vestiti, scarpe e giubbotti in ottime condizioni, ma anche realizzare interventi concreti per migliorare la sicurezza e la qualità della vita dei piccoli ospiti, dalla sistemazione dei servizi igienici all’accesso all’acqua corrente. Un progetto che unisce solidarietà, organizzazione e attenzione ai bisogni reali di una comunità lontana migliaia di chilometri, ma vicina nel cuore di tanti italiani.

Avvocato Polimeni, come è nato il suo legame con il Nepal e cosa l’ha spinta a dedicarsi personalmente a questa missione umanitaria?
Il Nepal è una delle tre missioni che seguiamo con l’associazione Digital for Children, di cui sono presidente. Le altre si svolgono in Kosovo e nella Repubblica Democratica del Congo. Ogni territorio ha esigenze diverse, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: offrire un aiuto concreto ai bambini che vivono in situazioni di forte difficoltà.
Cosa mi ha spinto? La verità è che la prima volta ci vai quasi per caso. Poi queste esperienze ti cambiano profondamente e diventano qualcosa da cui è difficile allontanarsi. Diciamo spesso che “il bene fa bene”, ed è una frase che descrive perfettamente ciò che si prova. Si parte per aiutare gli altri, ma si scopre che quell’esperienza fa bene anche a noi stessi.
Sono missioni che possono risultare faticose, soprattutto in contesti dove il caldo è intenso e le condizioni igieniche sono precarie, ma si torna sempre a casa con una sensazione di gratitudine e di pienezza che ripaga ogni sacrificio. Per questo, finché ne avrò la possibilità, continuerò a farlo insieme ai tanti volontari dell’associazione, perché questi risultati non appartengono mai a una sola persona, ma a una comunità.
Da quanto tempo seguite questo orfanotrofio e quali sono oggi le principali difficoltà che affrontano quotidianamente i 24 bambini ospitati nella struttura?
Se ci limitiamo al Nepal, seguiamo questo orfanotrofio da circa due anni. In questo periodo abbiamo capito che le difficoltà quotidiane sono molto più profonde di quanto si possa immaginare. Il problema principale è che manca praticamente tutto, a partire dall’acqua.
Per dare un’idea concreta della situazione, la struttura viveva con una quantità d’acqua estremamente limitata, circa 200 litri a settimana, destinata a 24 bambini e agli adulti che li assistono. Considerate che il consumo giornaliero di un italiano è di circa 200 litri. Giornaliero. Lì con quella quantità dovevano vivere una settimana in 30 persone, lavarsi, fare il bucato e pulire strutture molto grandi.
È facile comprendere come, in queste condizioni, diventi complicato cucinare, lavarsi e mantenere standard igienici adeguati.
Per questo motivo uno degli interventi più importanti che realizzeremo sarà il collegamento a un pozzo, così da garantire una disponibilità d’acqua stabile. Interverremo anche sui servizi igienici, perché migliorare l’igiene significa migliorare concretamente la salute e la qualità della vita dei bambini.
Cercheremo inoltre di portare anche un po’ di digitale, realizzando una connessione internet e migliorando altri servizi della struttura. L’obiettivo è semplice: rispondere ai bisogni essenziali e, allo stesso tempo, offrire qualche opportunità in più per il loro futuro.
In questi giorni avete lanciato una raccolta molto particolare, puntando più sulla qualità che sulla quantità. Perché avete scelto questo metodo e quali sono i bisogni più urgenti?
Abbiamo scelto di puntare sulla qualità perché l’esperienza ci ha insegnato che, quando si organizzano raccolte generiche, spesso arrivano gli oggetti che le famiglie avrebbero buttato nella spazzatura. Diventa un’occasione di facile smaltimento di roba inutilizzabile. Mi è capitato, ad esempio, di chiedere giocattoli e di ricevere pupazzi senza braccia, personaggi senza testa, puzzle con pezzi mancanti o semplicemente pezzi di giochi ormai inutilizzabili. Eppure dall’altra parte ci sono bambini, non scimmie.
Credo che questo sia un modo sbagliato di concepire la solidarietà. I luoghi che vivono situazioni di difficoltà non possono diventare la pattumiera del nostro benessere. Chi riceve un aiuto merita lo stesso rispetto che riserveremmo ai nostri figli o ai nostri nipoti.
Per questo abbiamo deciso di privilegiare la qualità rispetto alla quantità. Il nostro obiettivo è consegnare almeno cinque capi a ciascuno dei 24 bambini ospitati nell’orfanotrofio. Preferiamo portare meno cose, anche perché la capienza delle nostre valigie è quella che è, ma che siano realmente utili, in ottimo stato e dignitose.
Tra i bisogni più urgenti ci sono sicuramente scarpe e giubbotti, perché l’inverno in quella zona è molto rigido, ma servono anche vestiti di ogni tipo. Molti capi per bambini vengono utilizzati pochissimo e possono ancora essere preziosi per chi ne ha davvero bisogno.

Oltre alla consegna di vestiti e scarpe, il progetto prevede interventi strutturali importanti. Ci può spiegare quali lavori realizzerete e quale impatto avranno sulla vita dei bambini?
Ogni missione ha esigenze diverse e, di conseguenza, interventi diversi. In Nepal i lavori che realizzeremo riguardano principalmente il collegamento all’acqua, il miglioramento dei servizi igienici, la messa in sicurezza del percorso verso i bagni e alcuni interventi per favorire anche l’accesso al digitale. Sono opere che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei bambini.
In Kosovo, invece, lavoriamo da molti anni in una realtà ormai più strutturata. Qui il nostro impegno si concentra soprattutto sul sostegno continuativo. Da un paio d’anni finanziamo per l’intero anno il supporto psicologico ai bambini della casa famiglia, perché crescere significa anche poter elaborare le proprie fragilità. Quest’anno contribuiremo inoltre all’acquisto di un furgone destinato al trasporto di viveri e aiuti alle famiglie del territorio.
In Congo avevamo inizialmente l’idea di costruire una scuola. Confrontandoci con chi opera sul posto, abbiamo però capito che la priorità potrebbe essere un’altra: le scuole esistono, ma molti bambini non possono permettersi l’iscrizione. Per questo stiamo valutando di destinare le risorse al pagamento delle rette scolastiche per un certo numero di ragazzi. Al momento il progetto è sospeso a causa della situazione sanitaria del Paese e riprenderà quando le condizioni lo consentiranno.
Colpisce il riferimento alla necessità di proteggere i ragazzi dagli attacchi dei leopardi durante l’utilizzo dei servizi igienici. Qual è la realtà quotidiana che avete trovato sul posto e che spesso noi occidentali facciamo fatica a immaginare?
Sì, è un’immagine che colpisce molto chi ascolta, ma sul posto viene vissuta con una normalità diversa dalla nostra. Bisogna anche chiarire che questi animali non vanno a caccia di persone: si avvicinano soprattutto per gli animali da allevamento e, qualche volta, durante la notte può verificarsi un incontro ravvicinato quando i ragazzi devono uscire dall’edificio principale per raggiungere i servizi igienici. È proprio per ridurre questo rischio che installeremo delle protezioni e metteremo in sicurezza il percorso.
In realtà questa situazione racconta qualcosa di più profondo. Noi occidentali tendiamo spesso a considerare la nostra quotidianità come il parametro con cui misurare tutto il resto del mondo. Pensiamo che ciò che per noi è normale sia automaticamente la normalità universale. Viaggiare in questi contesti insegna invece che esistono tanti mondi diversi.
L’orfanotrofio si trova in una zona collinare alla periferia di Kathmandu. Man mano che ci si allontana dal centro, le abitazioni si alternano ad aree verdi e boschive e la presenza della fauna selvatica fa parte della vita quotidiana. Siamo noi a percepire il leopardo come qualcosa di esotico.
La lezione più importante che porto a casa da queste esperienze è proprio questa: bisogna imparare a guardare le altre culture e gli altri contesti con rispetto e senza giudizio. Ciò che è normale per noi può non esserlo per altri, e vale esattamente anche il contrario. Il mondo è molto più complesso e vario di quanto siamo abituati a pensare.
In un periodo storico in cui spesso prevalgono individualismo e indifferenza, che risposta sta ricevendo dai cittadini italiani e quanto conta il contributo di tante persone comuni per la riuscita della missione?
La risposta che stiamo ricevendo è straordinaria. La verità è che noi, da soli, possiamo fare ben poco. Se partissi senza coinvolgere nessuno, l’aiuto che potrei dare sarebbe infinitamente inferiore rispetto a quello che riusciamo a costruire insieme.
All’interno dell’associazione discutiamo spesso se sia giusto o meno raccontare queste esperienze, perché oggi chi condivide il volontariato sui social rischia di essere percepito come autocelebrativo. Io, invece, penso che ci sia una distinzione importante da fare. La beneficenza può anche essere silenziosa, il volontariato difficilmente può esserlo. Per organizzare una missione servono persone, idee, competenze e risorse, e tutto questo nasce solo se qualcuno racconta ciò che sta facendo e coinvolge gli altri.
La comunicazione, quindi, non è uno strumento per mettersi in mostra, ma per creare una comunità. Noi viviamo del supporto di tante persone comuni che donano un vestito, un contributo economico, qualche ora del proprio tempo o semplicemente condividono il progetto. Senza di loro non sarebbe possibile realizzare nulla.
C’è poi un altro effetto che considero ancora più importante: il bene è contagioso. Quando abbiamo iniziato eravamo in pochissimi; oggi siamo diventati una realtà composta da tante persone che hanno deciso di partecipare anche fisicamente alle missioni o di impegnarsi in percorsi di volontariato ispirati da queste esperienze. Raccontare il bene significa permettergli di moltiplicarsi.
Dopo questa nuova esperienza in Nepal, quali sono i prossimi obiettivi della vostra attività umanitaria e quale messaggio desidera rivolgere a chi vorrebbe aiutare ma pensa che il proprio contributo sia troppo piccolo per fare la differenza?
Il primo messaggio che vorrei dare è che il volontariato viene spesso percepito come qualcosa di straordinario, quasi riservato a persone eccezionali. In realtà è molto più semplice da fare che da immaginare. La parte più difficile è decidere di partire. Una volta superata quella barriera, ci si rende conto che non servono eroi, ma persone normali con la voglia di mettersi a disposizione degli altri.
Per questo dico sempre a chi ci sta pensando di non rimanere nell’indecisione. Se qualcuno ha il desiderio di vivere un’esperienza di questo tipo, ci contatti. Saremo felici di raccontargli come funziona e di accompagnarlo in questo percorso. Spesso basta fare il primo passo.
Per quanto riguarda i nostri obiettivi, continueremo a seguire i progetti in Nepal, Kosovo e Congo, cercando di rispondere ai bisogni concreti che emergono di volta in volta. Non inseguiamo opere simboliche, ma interventi che possano migliorare davvero la vita delle persone.

Infine, vorrei dire una cosa a chi pensa che il proprio contributo sia troppo piccolo. Non è così. Noi viviamo grazie ai gesti di tante persone comuni. Può essere una felpa, un paio di scarpe oppure una piccola donazione economica. Per dare un’idea concreta, con circa dieci euro si può acquistare il riso necessario per sfamare per un’intera settimana tutti i bambini dell’orfanotrofio in Nepal. Questo dimostra che il valore di un aiuto non si misura dall’importo, ma dall’effetto che produce.
Nessuno cambia il mondo da solo. Tante persone che compiono un piccolo gesto, insieme, possono cambiare concretamente la vita di qualcuno.

