Carissima sposa, rispondo subito alla tua cara lettera e sono contento di sapere bene te e i bambini (…) Mia cara moglie tu mi dici se vengo per le feste ma mi è molto difficile, specie perché devo partire, mi devo allontanare da dove mi trovo adesso (…) Cara sposa, rispondo subito alla tua lettera e mi consolo del fatto che la tua salute sia ottima e lo stesso posso assicurarti di me (…) penso in questi giorni che uno dei nostri bambini è ammalato. Fammi sapere subito come stanno i nostri bambini”.

Traboccano di un sentimento forte, profondo queste lettere vergate a mano da Domenico Surace, richiamato con l’entrata in guerra dell’Italia, ad indossare nuovamente l’uniforme di carabiniere dopo essersi congedato per dedicarsi alla famiglia e alla sua attività agricola nel suo paese natio Feroleto della Chiesa nel reggino. Famiglia adorata e lavoro che dovette lasciare.

Lettere rivolte all’amata moglie, Teresa Papasidero, rimasta ad aspettarlo invano, fin da quella mattina. Aveva 28 anni  e tre figli, Francesco, Aurelio, Stella e un altro in arrivo. Per conoscere il piccolo Bruno, che vide solo in foto e che purtroppo visse solo per sei mesi, Domenico Surace (di sette figli il più grande dei maschi, tutti carabinieri di cui solo tre tornarono a casa dalla guerra), aveva ottenuto il congedo. Sarebbe potuto tornare all’affetto della sua amata famiglia. Invece non tornò mai. 

Un’attesa vana, scandita dalla ridondante risposta alle successive e incessanti richieste di notizie: “Disperso dopo l’Armistizio dell’8 settembre”. Poi un punto interrogativo rimasto per decenni senza risposta. E infine una verità terribile ma pur sempre una verità: Domenico Surace era stato fucilato, con altri oltre cento carabinieri reali della colonna Gamucci, in Albania il 4 novembre 1943 dai partigiani del posto. Un eccidio portato alla luce da Antonino Magagnino, ex maresciallo dell’Arma e autore del volume “Foiba di Kremenar e l’eccidio della Colonna Gamucci”, un’opera di 400 pagine, frutto di anni di accurate ricerche, raccolte di testimonianze e documenti anche sul luogo dei fatti. Una meticolosa ricostruzione di una storia per decenni rimasta avvolta nell’oblio. Un’opera preziosa pubblicata nel 2022, senza poter essere conosciuta dalla signora Teresa, mancata alla fine degli anni Settanta e che più di tutti aveva atteso e cercato.

L’armistizio dell’8 settembre 1943 che, anche al confine e pure oltre, disorientò tutti, pure i carabinieri reali inviati in Albania. Questo lo scenario nel quale oltre cento uomini, prevalentemente del Sud, guidati dal colonnello toscano Giulio Gamucci furono fucilati dai partigiani albanesi, vittime di quel massacro a lungo rimosso e ignorato dalla Storia di migliaia di italiani, civili e militari, perseguitati, infoibati oppure fucilati dopo la caduta del regime fascista nei territori che Mussolini aveva occupato. Nella colonna Gamucci anche il reggino di Feroleto della Chiesa, Domenico Surace.

Un orrore nel dolore che non intacca la straziante bellezza di quelle lettere di amore in tempo di guerra. Beni di assoluto valore umano e storico, custodi di un legame che né la guerra né la morte hanno scalfito. Un amore che attraverso di esse vive ancora oggi e ancora vivrà.

Custodite dai nipoti, di esse abbiamo avuto il privilegio leggerne qualcuna quando le ha portate con sé, Domenico Surace, figlio del primogenito Francesco e che del nonno ha il nome. Ospite del format A tu per tu negli studi del Reggino.it., racconta di avere potuto conoscere la dolorosa verità sulla morte del nonno solo qualche anno fa.

«A nome della nostra famiglia sento di dover profondamente ringraziare il maresciallo Magagnino per aver portato alla luce questa storia, per essersi impegnato in un arco di tempo di 20 anni nella ricerca di una verità che a sua moglie Teresa, prima, e ai suoi figli e noi nipoti poi, è stata negata. Per decenni ci siamo sentiti rispondere, alle missive e alle telefonate “Disperso dopo l’8 settembre 1943”. Unica e sola risposta. Alla luce della verità rivelata da Antonio Magagnino, qualcosa in più avrebbe dovuto essere fatto e poi detto alla famiglia.
Mio padre, Francesco il primo dei suoi quattro figli, raggiunto da demenza in età avanzata, non credo abbia mai potuto comprendere cosa fosse accaduto al padre che aveva visto per l’ultima volta quando aveva soltanto 11 anni».

All’oblio colpevole, che fa il paio con la marginalizzazione dei massacri delle Foibe nella memoria collettiva, alla quale cerca di rimediare la legge che nel 2004 ha istituito il Giorno del Ricordo, si aggiunge la brutalità dei fatti venuti alla luce, descritti nel volume “Foiba di Kremenar e l’eccidio della Colonna Gamucci” (Porto Seguro editore 2022) di Antonio Magagnino, che unitamente all’eccidio della colonna Gamucci compie l’importante opera di restituzione alla memoria collettiva dei carabinieri italiani infoibati in Albania nella “Grotta dei pipistrelli”, appunto a Kremenar. Anche questa una pagina di storia molto poco conosciuta. Il volume è stato presentato anche a Reggio lo scorso anno, e qualche anno prima a Gerace, su impulso dell’istituto Nazionale Nastro Azzurro, con il segretario nazionale Domenico Caccia e quello provinciale Alberto Cafarelli, e su impulso della Federazione provinciale associazione Nazionale Volontari di Guerra presieduta da Cosimo Paolo Pelle.


L’eccidio del 4 novembre 1943

«Denudati, fucilati e corpi abbandonati, in un clima di persecuzione che di fatto impedì alla colonna Gamucci, nella confusione che caratterizzò l’esercito italiano, specie quello impegnato nei territori invasi dal regime nelle politiche espansionistiche promosse da Mussolini, di lasciare l’Albania. I partigiani li braccarono, li fermarono e li uccisero», racconta ancora Domenico Surace che sottolinea l’importanza di non dimenticare questi orrori e di onorare la memoria. Un gesto importante anche per i familiari.

Tra i familiari di Domenico Surace, nella vicina Maropati c’è anche la figlia Stella, che oggi di anni ne ha 88. È molto contenta di parlare del suo papà ed è contenta che venga ricordato. La sua gratitudine per la nostra attenzione, per noi un dovere, è commuovente. Nessuno sembra ricordare il sacrificio suo e di tanti altri. Nessuno li ha più pensati», dice. Il suo racconto straordinariamente lucido e generoso parte da quella sera prima della partenza per la guerra. Con lei c’è anche sua figlia, Maria Teresa Piromalli, che si unisce al racconto.

Dolci ricordi familiari

«Mia madre – racconta la signora Stella - ci parlava sempre di papà e nel paese tutti attendevano il suo ritorno con noi. Era una persona buona, benvoluta da tutti perchè sempre pronta ad aiutare tutti. Di quell’ultima sera prima della partenza mamma mi raccontava che ero in braccio a lui mentre andava a salutare parenti e amici prima di partire. Avevo tre anni e a una zia che gli aveva detto di non stancarsi e di farmi scendere, aveva risposto che voleva tenermi in braccio perché non sapeva se e quando avrebbe potuto rifarlo.

La sua partenza fu un dolore per mia madre e per tutti noi. Dolorosa come la vana attesa di vederlo tornare. Mia madre ha cresciuto tutti noi figli da sola, amandoci e lavorando, con grandi sacrifici. Con grande dignità. Non ci è mai mancato nulla. L’amore di nostra madre per noi e per mio padre ha colmato le nostre vite, sempre. Le lettere che si scambiavano e che lei custodiva in un baule sotto il comò, lo dimostrano. È davvero un peccato non poter avere anche quelle che mamma aveva scritto a lui. Si volevano tanto bene e noi lo percepivamo ogni volta che ci parlava di lui.

Mia madre – racconta ancora la signora Stella - non si era mai arresa. Andava nei paesi vicini, quando tornava qualcuno e chiedere notizie. Portava in dono vino, pane, olio. Non desisteva. Aveva continuato a chiedere e a cercare anche quando i ministeri rispondevano un secco spietato “Disperso dopo l’8 settembre 1943”. Poi verso i primi anni Settanta tornò nel suo paese natale un collega carabiniere di papà che con lui era stato in Albania. Ci disse di aver accompagnato papà al molo affinché potesse rientrare da mia madre che aveva appena partorito il suo quarto figlio. Ma papà non arrivò mai a casa».

«Quel mistero divenne un nuovo punto interrogativo, anzi tanti punti interrogativi. Perché papà non partì? Ci fu un contrordine? Se riuscì a partire perché non arrivò mai a casa? La nonna – racconta la nipote Maria Teresa – e i figli continuarono ad aspettarlo e a cercarlo. Solo qualche anno fa, quando la nonna non c’era già più, potemmo sapere dove e quando nonno fosse morto. Ce lo ha spiegato qualche anno fa il maresciallo Magagnino che non smetteremo mai di ringraziare. Se non fosse stato per il suo impegno ancora oggi non sapremmo nulla di certo.

Negli anni passati come familiari ci siano dovuti sentire rispondere persino che il conto al quale mia madre versava i soldi di nonno e che aveva voluto che fosse sempre a lui intestato perché lui un giorno sarebbe tornato da lei, non era a lei accessibile. Abbiamo dovuto affrontare anche il dolore e la burocrazia anche costosa di far dichiarare noi la morte presunta del nonno. Tutto questo prima di sapere e di poter capire. Oggi sappiamo ma resta quel senso di perdita immenso come l’amore che unito questa famiglia, nonostante questa tragedia, e con il quale mia nonna ha nutrito, e continua a nutrire, il ricordo del nonno in tutti noi.

Mia madre è stata molto amata e mia nonna è stata una donna straordinaria. Io sono credente e ancora mi emoziono quando ripenso a quanto spesso mi racconta mia madre. Nonna era devota a Natuzza e tante volte aveva a lei chiesto di nonno. Una volta aveva portato l’ingrandimento di una foto di famiglia che nonno le aveva inviato. Natuzza vedendolo disse di non avere pena per lui. Lo vedeva in verdi prati, con un dolore forte al petto che riusciva a lenire avvicinando una foto di famiglia a quel foro. Un foro nel petto. Ma ancora l’incontro con il maresciallo Magagnino che avrebbe rivelato della fucilazione con un colpo dritto al petto non era avvenuto», conclude la nipote Maria Teresa.