Settembre, in Calabria – e specie al sud dell’Aspromonte – significa da sempre fede, devozione, spiritualità. Polsi è uno dei luoghi di culto più importanti del Mezzogiorno, uno di quei santuari capaci ancora oggi di richiamare migliaia di persone e di tenere insieme religiosità popolare, identità e appartenenza. Eppure, troppo spesso, il suo nome è stato raccontato quasi soltanto attraverso un’altra lente: quella della ’ndrangheta.

Ed è anche per questo che i video che circolano sui social da giorni meritano di essere osservati con attenzione. Raccontano forse un pezzo di Polsi diverso da quello entrato per anni nell’immaginario collettivo, o forse semplicemente un pezzo che c’è sempre stato e che abbiamo guardato troppo poco. Migliaia di ragazzi, in molti giovanissimi, hanno raggiunto il Santuario di Polsi nei giorni della Festa della Madonna della Montagna. Sono saliti nel cuore dell’Aspromonte sfidando «timpe» e strade interrotte, fra i boschi e sotto ad un sole che mai era stato così caldo nella storia recente. In migliaia hanno riempito il santuario e gli spazi intorno, partecipato a un rito antico. Partenza, ma soprattutto ritorno. Quest’anno, però, la festa ha avuto un volto diverso, perché come sappiamo le celebrazioni si sono svolte nella chiesa di San Luca, e non a Polsi, mentre il santuario è rimasto raggiungibile solo a piedi a causa delle annose difficoltà sulla viabilità. L’ennesimo cambio di scenario di una festa percepita da molti come quasi «negata» ma che non ha fermato il pellegrinaggio né attenuato la partecipazione.

E davanti a quelle immagini una domanda viene quasi inevitabile: stiamo assistendo ad un cambiamento che sta passando sotto traccia?

Giuseppe Bombino

Con Giuseppe Bombino, presidente del Gal Area Grecanica e già presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, partiamo esattamente da quelle immagini. Ed il presidente constata questo fenomeno affidandosi ad una provocazione: «Nessuno se n’è accorto. Neanche questa volta… siamo “orbi”!». Perché, sostiene, mentre migliaia di ragazze e ragazzi raggiungevano la «Madre mediterranea» nel cuore dell’Aspromonte jonico, il racconto attorno a Polsi continua sostanzialmente a muoversi dentro categorie già conosciute. Perché lo sappiamo fin troppo bene: Polsi porta addosso una storia che sarebbe impossibile oltre che assurdo rimuovere. La presenza della ’ndrangheta, l’appropriazione di determinati codici, l’utilizzo di luoghi e rituali appartengono alla storia e alla cronaca e sono incancellabili. Ma può quella storia diventare l’unica storia? Essere una condanna perpetua? Può esaurire per sempre il significato di un luogo sacro e perfino etichettare e stabilire il significato dei gesti di chi oggi lo attraversa?

Bombino mette sul tavolo due possibilità: «O quelle migliaia di giovani si stanno riappropriando dei simboli e dei rituali che la ’ndrangheta ha occupato e deformato nel corso dei decenni nei luoghi stessi che la stessa ha contribuito a caricare di significati, oppure è in corso una trasformazione spontanea, ed una sostituzione di questi significati». La differenza, come sottolinea lui stesso, è enorme. Perché un simbolo utilizzato dalla ’ndrangheta non diventa necessariamente proprietà eterna della ’ndrangheta. E un luogo sul quale la criminalità organizzata ha proiettato la propria ombra non perde tutto ciò che esisteva prima, durante ed oltre quella presenza. A Polsi c’è un santuario, c’è una devozione popolare che è profondissima, ci sono famiglie che da generazioni raggiungono la Madonna della Montagna. C’è gente che sale fin lassù, e sono la maggior parte, che lo fa per fede e tradizione, per senso di appartenenza. Persone perbene che, sostiene con forza Bombino, non possono essere trasformate in comparse di una narrazione criminale soltanto perché partecipano a un rito che la ’ndrangheta, in altre epoche e con altre finalità, ha tentato di piegare ai propri codici. Perché «quando noi cercavamo ancora nella tradizione le prove della permanenza della ’ndrangheta, qualcuno stava semplicemente tornando a una tradizione per sottrarla al dogma mafioso».

E se fosse davvero così? Non significa attribuire a quei ragazzi una consapevolezza che magari non hanno. Forse nessuno di loro pensa di stare combattendo una battaglia culturale, o forse sì. Probabilmente vanno a Polsi perché vogliono andarci, perché lo hanno fatto i loro genitori, perché credono nella Madonna, perché sentono quel luogo come proprio. Altrove questo basterebbe. E potrebbe essere proprio questa normalità a raccontare qualcosa di molto più profondo di qualsiasi proclama. Difatti Bombino insiste su un elemento: se una trasformazione esiste «non può essere certamente attribuita – dice – a un progetto dello Stato, a una campagna o a una pedagogia istituzionale». Sarebbe qualcosa nato quasi inconsapevolmente dal basso: «Una generazione che potrebbe avere deciso, senza proclami e senza autorizzazioni, di riprendersi uno spazio, un culto, una memoria».

Qui, però, occorre fermarsi prima di trasformare un'intuizione in una sentenza. Migliaia di giovani a Polsi non sono la prova scientifica di una rivoluzione culturale. Quelle immagini, da sole, non ci raccontano perché ciascuno di loro sia lì. Raccontano però un fatto. E quel fatto pone una domanda che sarebbe altrettanto sbagliato ignorare. Perché forse, il problema, riguarda anche il modo in cui abbiamo raccontato questa parte di Calabria. Anzi, ne sono certo: è fin troppo vero che sia così. «Abbiamo raccontato troppo a lungo l’Aspromonte dall’esterno – sostiene ancora Bombino – pretendendo di spiegare cosa fosse autenticamente suo e cosa fosse, invece, della ’ndrangheta. Abbiamo costruito storie utili a tutti meno che a noi». Un'affermazione dura, persino discutibile nella sua assolutezza, ma che fuori da ogni più semplice dubbio centra una contraddizione con la quale prima o poi bisogna fare i conti: raccontare la ’ndrangheta è necessario quanto combatterla, ma raccontare un territorio soltanto attraverso di essa significa consegnarle molto più di quanto le appartenga.

San Luca porta le ferite di una storia criminale pesantissima ed è, nello stesso tempo, il paese di Corrado Alvaro. Polsi è entrata nelle cronache giudiziarie ed è, nello stesso tempo, il santuario verso il quale da generazioni camminano migliaia di fedeli. Una realtà non assolve l’altra e l’altra non può cancellare tutto il resto.

Ed allora, sipario… anzi: click. Torniamo a quei video.

«La vera notizia non è soltanto che migliaia di giovani siano tornati lì, ma che ci sono sempre stati; siamo noi che siamo rimasti chiusi nelle nostre dottrine». Un’ultima provocazione, quella di Bombino, che sa fare centro come un dardo infuocato. E forse è proprio qui che vale la pena lasciare aperta una finestra. Senza proclamare la redenzione di Polsi, senza cancellarne la storia e senza costruire una nuova retorica da contrapporre alla vecchia. Guardando, semplicemente, quello che sta accadendo. Perché se davvero una generazione sta restituendo ad un luogo un significato diverso, potremo comprenderlo soltanto negli anni. Ma se continuiamo a guardare l’Aspromonte cercandovi esclusivamente la conferma di ciò che sappiamo già, rischiamo di accorgerci del cambiamento soltanto quando sarà già diventato storia.