Dal caldo estremo alla scarsità d'acqua, fino ai nubifragi che mettono in difficoltà le città. Le ultime vicende cittadine si pongono davanti una necessità: passare dalla gestione delle emergenze alle strategie di adattamento climatico.
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Fino a pochi giorni fa il dibattito era tutto concentrato sul caldo. Le temperature elevate che da settimane interessano il territorio, le isole di calore urbane, la scarsità di precipitazioni e la crescente pressione sulle risorse idriche avevano riportato al centro una delle principali sfide che attendono le città mediterranee nei prossimi decenni.
Poi è arrivata la pioggia. In poche ore il violento nubifragio che ha colpito Reggio Calabria ha provocato allagamenti, rallentamenti alla circolazione e disagi in diversi punti della città. Immagini che hanno immediatamente riacceso il dibattito pubblico e riportato sotto i riflettori criticità che i reggini conoscono bene.Eppure caldo estremo, siccità e bombe d'acqua non sono fenomeni separati. Sono manifestazioni diverse della stessa trasformazione climatica che sta cambiando il Mediterraneo e che impone alle città di ripensare il proprio rapporto con l'acqua, con il territorio e con lo spazio urbano.
È uno dei temi affrontati dall'Urban Lab BiodiverCity, promosso dal Laboratorio Landscape_in Progress (LASTRE) in partnership con la Città Metropolitana di Reggio Calabria e il Dipartimento di Agraria dell'Università Mediterranea, che attraverso attività di studio e confronto prova a immaginare strategie di adattamento per il territorio metropolitano.
Il paradosso dell'acqua
La contraddizione è sotto gli occhi di tutti. Da una parte estati sempre più lunghe e torride, caratterizzate da temperature elevate e periodi di siccità che mettono sotto pressione ecosistemi, agricoltura e risorse idriche. Dall'altra precipitazioni che tendono a concentrarsi in eventi sempre più intensi e improvvisi.
Così può accadere che una città passi in poche settimane dalla preoccupazione per la mancanza d'acqua agli allagamenti provocati da un nubifragio.
Non si tratta di un paradosso soltanto apparente. Gli studi sul clima mediterraneo evidenziano infatti come il cambiamento climatico stia modificando il ciclo dell'acqua, rendendo meno frequenti le precipitazioni ma aumentando l'intensità degli eventi estremi. Piove meno, ma quando piove può farlo in maniera più violenta.
Perché gli allagamenti si ripetono
A Reggio Calabria esistono aree che mostrano fragilità ormai note durante gli eventi meteorologici più intensi. Da viale Calabria a viale Messina, fino al sottopasso di San Gregorio, alcune zone tornano periodicamente al centro dell'attenzione ogni volta che la pioggia supera determinate soglie.
La conformazione stessa del territorio contribuisce ad amplificare il fenomeno. Reggio è una città stretta tra mare e colline, attraversata da fiumare e da assi viari che in molti casi seguono le naturali direttrici di deflusso dell'acqua. Quando le precipitazioni diventano particolarmente intense, enormi quantità d'acqua si concentrano in tempi molto rapidi. Ma sarebbe un errore attribuire tutto esclusivamente alla pioggia.
Una città sempre più impermeabile
Negli ultimi decenni il consumo di suolo e l'espansione urbana hanno progressivamente ridotto la capacità del territorio di assorbire l'acqua.
Terreni naturali, superfici permeabili e aree vegetate hanno lasciato spazio a strade, parcheggi, marciapiedi e superfici asfaltate.
In condizioni naturali una parte consistente delle precipitazioni viene assorbita dal terreno e contribuisce ad alimentare le falde. Nelle città, invece, l'acqua tende a scorrere rapidamente in superficie e a riversarsi nelle reti di drenaggio. Quando la quantità di acqua supera la capacità di smaltimento delle infrastrutture, si generano gli allagamenti.
È anche per questo che le aree che durante l'estate registrano temperature più elevate sono spesso le stesse che durante i temporali mostrano maggiori criticità dal punto di vista idraulico.
La manutenzione resta fondamentale
Secondo l'urbanista Elvira Stagno, non bisogna però cadere nell'errore opposto, quello di attribuire ogni problema esclusivamente ai cambiamenti climatici. «A Reggio il problema è strutturale, ma ancora prima di parlare di grandi opere bisogna pensare alla manutenzione ordinaria».
La pulizia delle caditoie, la manutenzione dei tombini, la rimozione dei rifiuti che ostacolano il deflusso delle acque e il coordinamento tra i diversi enti rappresentano il primo livello di risposta agli eventi meteorologici intensi.
«I rifiuti diventano vere e proprie barriere che impediscono all'acqua di defluire correttamente», sottolinea l'urbanista. Interventi apparentemente ordinari che possono però fare la differenza durante un nubifragio.
Dall'emergenza all'adattamento
Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Per anni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sulla gestione delle emergenze. Si interviene dopo gli allagamenti, dopo le ondate di calore, dopo i danni provocati dagli eventi estremi. Il cambiamento climatico impone invece un cambio di prospettiva. Le città sono chiamate a progettare sistemi capaci di convivere con fenomeni che tenderanno a ripetersi con maggiore frequenza.
Significa aumentare le superfici permeabili, valorizzare il verde urbano, recuperare spazi capaci di assorbire e trattenere l'acqua piovana, migliorare la gestione delle reti di drenaggio e integrare la questione climatica nella pianificazione urbana. Non si tratta soltanto di opere tecniche. Si tratta di ripensare il modo in cui le città crescono e si trasformano.
Il filo rosso che unisce caldo, siccità e bombe d'acqua
C'è un fil rouge che attraversa tutte le riflessioni sviluppate nell'ambito dell'Urban Lab BiodiverCity. Un elemento che torna quando si parla di isole di calore, di disuguaglianza climatica, di siccità e persino di bombe d'acqua: il verde urbano.
Alberi, parchi, superfici permeabili e spazi naturali non rappresentano soltanto una risposta all'aumento delle temperature o un modo per migliorare la qualità della vita nelle città. Sono strumenti capaci di assorbire l'acqua piovana, ridurre il rischio di allagamenti, mitigare gli effetti degli eventi meteorologici estremi e rendere i quartieri più resilienti ai cambiamenti climatici.
Se nel primo caso il verde aiuta a contrastare il surriscaldamento urbano e nel secondo contribuisce a ridurre le disuguaglianze legate all'esposizione al caldo, nel terzo diventa una componente essenziale della gestione dell'acqua. Tre problemi apparentemente diversi che trovano una risposta comune in una pianificazione urbana più attenta agli equilibri ambientali.
Che il verde urbano non sia più soltanto un elemento estetico ma una vera infrastruttura strategica per il futuro delle città è ormai un principio ampiamente condiviso da studiosi e pianificatori. La sfida, semmai, è un'altra: trasformare questa consapevolezza in interventi concreti. Perché la teoria è ormai consolidata. È il momento che diventi realtà.

