Container, rotte internazionali, compensi ai dipendenti infedeli e marchi impressi sui panetti. L’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che ha portato a 35 arresti ricostruisce nei dettagli il business della coca attribuito alla cosca di Sinopoli
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Tutto ricostruito: la Dda di Reggio Calabria nell’inchiesta che ha stoppato il traffico di cocaina legato al clan Alvaro di Sinopoli e portato a 35 arresti ha disegnato passo per passo il business.
L'inchiesta della Procura guidata da Giuseppe Borrelli ricostruisce il meccanismo con cui la droga arrivava dal Sud America al porto di Gioia Tauro. Dalle percentuali riconosciute ai portuali alle rotte marittime studiate per ridurre il rischio di sequestri.
Gioia Tauro al centro della rete logistica
Il porto di Gioia Tauro rappresentava il cuore operativo dell'intero sistema di importazione della cocaina. L'inchiesta descrive un'organizzazione che avrebbe potuto contare su una rete di operatori portuali incaricati di recuperare lo stupefacente nascosto nei container provenienti dal Sud America e di farlo uscire dall'area portuale riducendo al minimo il rischio dei controlli.
Secondo le risultanze investigative, i referenti principali per queste operazioni sarebbero stati Filippo Gallo e Antonio Reitano, entrambi dipendenti del porto, ai quali veniva attribuito il compito di fornire indicazioni sulle modalità di occultamento della droga e di monitorare le verifiche predisposte dalle autorità.
Il prezzo dell'esfiltrazione: una quota del 15%
L'attività dei portuali infedeli prevedeva un sistema di compensi ben definito.
Le intercettazioni riportano una commissione ordinaria pari al 15% del valore del carico per la squadra di fiducia della cosca, mentre altri gruppi arrivavano a richiedere percentuali fino al 20%. L'organizzazione, però, riusciva a trasformare anche questo costo in un'ulteriore fonte di profitto, presentando ai fornitori stranieri una spesa superiore, compresa tra il 25 e il 30%, e trattenendo la differenza rispetto a quanto effettivamente corrisposto agli operatori portuali.
I pagamenti potevano avvenire in denaro oppure direttamente in cocaina, con quote calcolate sul quantitativo recuperato.
Container, scanner e "black list"
Il lavoro dei portuali non si limitava al recupero della droga.
Gli investigatori descrivono un'attività di monitoraggio costante delle cosiddette "black list" della Guardia di Finanza per verificare quali container fossero destinati ai controlli doganali o agli scanner. Agli organizzatori venivano inoltre fornite indicazioni su dove occultare lo stupefacente, privilegiando gli "occhi" dei container o particolari vani motore ritenuti meno esposti ai controlli. Anche i turni di lavoro venivano programmati in funzione dell'arrivo delle navi contenenti i carichi di cocaina.
Le rotte dal Sud America
L'approvvigionamento della cocaina partiva principalmente da Brasile, Panama, Colombia ed Ecuador.
Tra gli scali maggiormente citati figurano Santos, Cristobal, Turbo, Santa Marta e Guayaquil, mentre Gioia Tauro rappresentava il porto italiano di riferimento per il recupero della droga. In alcuni casi l'organizzazione avrebbe mantenuto rapporti anche con gruppi attivi negli scali di Salerno e Genova.
Per diminuire il rischio di sequestri venivano adottate strategie specifiche. Una consisteva nel far risultare i container semplicemente in transito a Gioia Tauro, con destinazione finale altri Paesi europei, evitando così parte dei controlli previsti per la merce destinata al mercato italiano. Un'altra prevedeva il ricorso a rotte che transitavano dal Nord America, facendo apparire meno sospetti i container rispetto a quelli provenienti direttamente dal Sud America.
I marchi impressi sui panetti
Le conversazioni intercettate documentano anche l'utilizzo di numerosi marchi impressi sui panetti di cocaina per identificarne qualità o provenienza.
Tra quelli citati figurano "Africa", "RCN", il delfino con una palla, "AK-47", "CMA", oltre ai riferimenti "Russia", "Lym", "Dior" e al quadrifoglio verde. In alcune chat emerge anche la raccomandazione di utilizzare timbri differenti per distinguere le varie partite dello stesso carico.
È il disegno di un sistema logistico estremamente articolato, nel quale ogni fase, dall'imbarco in Sud America fino all'uscita dei container dal porto di Gioia Tauro, sarebbe stata pianificata nei minimi dettagli per garantire continuità al traffico internazionale di cocaina. Tutto liscio, fino all’intervento delle forze dell’ordine che hanno stoppato i traffici e dato scacco al clan Alvaro. Game over.



