Lo studio dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani mostra che, a parità di stipendio pubblico, il potere d’acquisto cambia tra Nord e Sud. Ma guardando a Reggio Calabria il tema non riguarda solo il costo della vita: tra sanità, trasporti e servizi, il valore reale della busta paga è condizionato da fattori strutturali che pesano sulle famiglie.
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Ma se la mappa racconta una difficoltà evidente per chi lavora nelle aree più care del Paese, lo sguardo dal Sud – dalla Calabria, Reggio in particolare – aggiunge un livello ulteriore: qui il potere d’acquisto può sembrare favorito dai prezzi mediamente più bassi, ma viene eroso da un altro tipo di spesa, spesso invisibile nelle statistiche tradizionali, legata a servizi pubblici più fragili e a costi “obbligati” come mobilità, sanità e assicurazioni.
La fotografia OCPI
Lo studio OCPI ha scelto un caso emblematico: le forze dell’ordine, dove gli stipendi sono rigidamente nazionali. Il punto non è quanto si guadagna “in euro”, ma cosa quegli euro permettono di comprare. Per stimare le differenze nel costo della vita, OCPI utilizza le soglie di povertà assoluta dell’Istat, cioè la spesa necessaria per un paniere essenziale, differenziata per territorio e dimensione del comune. È un modo concreto per dire: non basta guardare l’inflazione, serve capire il livello dei prezzi dove si vive.
Il risultato è noto e allo stesso tempo politicamente scomodo: un salario nominalmente identico può tradursi in un potere d’acquisto molto più basso al Nord – soprattutto nelle aree metropolitane – e più alto in molte regioni del Mezzogiorno. OCPI parla, di fatto, di «gabbie salariali» che non nascono da contratti differenziati, ma dall’asimmetria del costo della vita.
A rafforzare il quadro c’è anche il lavoro dell’Istat sulle parità regionali di potere d’acquisto: nel 2021 le differenze nei livelli dei prezzi tra regioni sono «evidenti», con le regioni settentrionali mediamente più care e un divario che può arrivare a circa 15 punti tra le aree più economiche e quelle più costose.
Nord e Sud: due meccanismi diversi di erosione del reddito
Il confronto, però, non può essere letto in modo lineare. Dire che al Nord si sta peggio perché la vita costa di più sarebbe una semplificazione; così come sarebbe riduttivo sostenere che al Sud si sta meglio solo perché i prezzi medi sono inferiori. La differenza vera sta nel meccanismo con cui il reddito viene eroso.
Nelle grandi aree del Nord l’erosione è diretta: affitti più alti, servizi più costosi, beni e consumi con livelli di prezzo superiori alla media nazionale. Lo stipendio si riduce nel momento stesso in cui viene speso. Nel Mezzogiorno, invece, l’erosione è spesso indiretta. I prezzi possono essere più bassi, ma il reddito deve coprire costi aggiuntivi legati a servizi meno efficienti, infrastrutture meno capillari, mobilità più complessa. È una sottrazione meno immediata, ma non per questo meno reale.
Questo significa che la frattura non è tra chi “guadagna di più” e chi “guadagna di meno”, ma tra territori che scaricano il peso economico su voci diverse. Al Nord il problema è il costo della vita elevato; al Sud il problema è la qualità e l’accessibilità dei servizi.
Il Sud visto dal Sud: il costo della vita non è solo “prezzi al supermercato”
Qui entra la seconda lettura, quella che emerge immediatamente anche nel dibattito pubblico: «ok, il Nord costa di più, ma al Sud pago tributi uguali con servizi spesso peggiori». È una percezione che intercetta un nodo reale.
In Calabria, ad esempio, la mobilità quotidiana tende a trasformarsi in un costo strutturale, perché dove il trasporto pubblico è debole l’auto non è una scelta, ma un obbligo. I dati Istat sul Benessere equo e sostenibile territoriale segnalano che nei capoluoghi calabresi l’offerta di trasporto pubblico locale è sensibilmente inferiore alla media nazionale.
E poi c’è la sanità, che in Calabria non è soltanto un tema di qualità percepita ma anche di portafoglio: quando la prestazione non arriva, o arriva troppo tardi, molte famiglie pagano due volte, prima con le tasse e poi con visite private o viaggi fuori regione. L’analisi GIMBE sulla mobilità sanitaria ha quantificato per il 2022 una spesa superiore ai 300 milioni di euro “in uscita” dalla Calabria per cure effettuate altrove. È denaro che segue i pazienti e che racconta indirettamente anche un costo privato fatto di spostamenti, pernotti, giorni di lavoro persi.
Reggio Calabria: quando il potere d’acquisto si gioca su distanza e accesso
Se stringiamo ancora l’obiettivo su Reggio e provincia, la questione diventa molto concreta. In un territorio lungo, con aree interne e collegamenti spesso complessi, il costo “di accesso” ai servizi pesa più che altrove: raggiungere un ospedale, un ufficio o un posto di lavoro non è sempre una tratta breve o coperta da alternative efficienti. È qui che il vantaggio di un costo della vita mediamente meno caro rischia di ridursi, perché una quota crescente di reddito finisce in spese non comprimibili.
Lo stesso vale per i costi dell’auto: non solo carburante e manutenzione, ma anche assicurazione. I bollettini Ivass sulla Rc auto mostrano squilibri territoriali persistenti e dinamiche differenti tra province, segno che il tema della mobilità incide in modo strutturale sul bilancio delle famiglie.
Il contesto nazionale: salari fermi e potere d’acquisto in caduta
Tutto questo si innesta su un problema più ampio. In Italia i salari reali hanno faticato per anni a crescere e lo shock inflazionistico recente ha inciso in modo significativo. I dati europei mostrano che nell’ultimo decennio le retribuzioni reali italiane hanno registrato una dinamica più debole rispetto ad altri grandi Paesi dell’Unione. Tradotto: quando la base salariale è già fragile, ogni differenza territoriale – di prezzi o di servizi – diventa più pesante.
Correggere i salari o correggere i servizi?
Lo studio OCPI riapre una domanda che in Italia torna ciclicamente: ha senso mantenere stipendi pubblici totalmente uniformi in un Paese dove il costo della vita è così diverso? Dal Sud, però, la domanda assume un’altra forma: prima di differenziare gli stipendi, si può accettare che i tributi restino uguali a fronte di diritti e servizi di fatto diseguali?
È qui che il tema diventa delicato, perché rischia di trasformarsi nella solita narrazione Nord contro Sud. E invece i due pezzi stanno insieme: se al Nord il problema è il costo della vita che “mangia” lo stipendio, al Sud il problema è che una parte del reddito viene assorbita da ciò che dovrebbe essere garantito – trasporti, sanità, accessibilità – o da costi connessi alle fragilità del contesto.
La fotografia più onesta, forse, è questa: la disuguaglianza italiana non è una sola. È una doppia frattura che corre tra potere d’acquisto e qualità dei servizi. E se non si tengono insieme le due dimensioni, qualsiasi soluzione – indennità territoriali, correttivi salariali, riforme dei contratti – rischia di spostare il problema da una parte all’altra del Paese senza risolverlo davvero.

