C’è un angolo sospeso nel tempo, fermo tra il respiro del mare e il ferro dei binari. Alla stazione di Reggio Calabria il “Treno del Ricordo” riposa come una pagina appena sfogliata della storia, e in una cabina si consuma un dialogo muto che vale un secolo. Due figure siedono una di fronte all’altra, gli occhi colmi di strade perdute e di orizzonti ancora da inventare. Tra loro, bagagli legati con cura: poche cose, strette come si stringe ciò che resta di una casa.


È l’eco dell’esodo giuliano-dalmata, viaggio forzato e insieme atto d’amore verso la vita. In quella cabina non c’è solo la nostalgia di ciò che è stato, ma la promessa fragile di un domani possibile. I sedili custodiscono paure, speranze, ricordi cuciti nelle tasche. E mentre il treno attende di ripartire, sembra sussurrare che, anche quando la meta è ignota, l’importante è essere in salvo. Perché a volte la patria diventa il luogo dove si può ricominciare ad amare.