A fare da contraltare a questo slancio “punitivo” sono giunte, limpide e necessarie, le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, dall'inaugurazione dell'anno scolastico ad Amatrice, ha richiamato l'Articolo 34 della Costituzione: "La scuola è aperta a tutti".
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C’è una solitudine sottile che stringe il cuore di chi, ogni mattina, varca la soglia di un’aula scolastica per professione e per vocazione. È la sensazione di assistere all’ennesimo cortocircuito di un Paese che, anziché affrontare la complessità del reale con la profondità della pedagogia, sceglie la scorciatoia rassicurante, e drammaticamente sterile, della burocrazia securitaria.
Negli ultimi giorni, il dibattito pubblico è stato nuovamente infiammato dall'annuncio del Governo Meloni e del Ministero dell'Istruzione e del Merito circa l'introduzione di un tetto alla presenza di studenti stranieri o non italofoni nelle classi. Una misura presentata sotto le insegne del "decoro" e dell'"integrazione efficace", ma che nei fatti risuona come un maldestro tentativo di ingegneria sociale sulle spalle dei più giovani.
A fare da contraltare a questo slancio punitivo sono giunte, limpide e necessarie, le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, dall'inaugurazione dell'anno scolastico ad Amatrice, ha richiamato l'Articolo 34 della Costituzione: "La scuola è aperta a tutti". Il Capo dello Stato ha ricordato che l'istruzione non è un privilegio condizionato né un cantiere da contingentare, bensì la più potente ed efficace leva di integrazione, coesione e costruzione di una cittadinanza comune.
L'illusione delle quote e la totale inutilità della misura
Da docente e da pedagogista, la prima domanda che sento il dovere di porre è di una semplicità disarmante: a cosa serve davvero questa misura?
Fissare una percentuale, sia essa il 20% o il 30% , non crea magicamente un docente in più, non fornisce mediatori culturali agli istituti in affanno, non riduce il sovraffollamento delle aule e non insegna a un bambino a coniugare i verbi in italiano. L'unica conseguenza concreta sarà il pendolarismo coatto di bambini costretti ad attraversare quartieri o città per non sballare i coefficienti numerici del plesso vicino. Si trasforma la scuola in un ufficio di collocamento demografico dove i minori diventano mere "eccedenze" da smistare. È la vittoria della forma sulla sostanza, dell'illusione contabile sulla didattica reale.
L'etichettamento preventivo: il rischio di un passo indietro catastrofico
Ma l'aspetto più insidioso di questa linea politica non è soltanto la sua palese inefficacia operativa: è il suo devastante impatto simbolico ed educativo.
Catalogare un alunno all'ingresso della scuola sulla base del suo passaporto o della sua padronanza linguistica di partenza significa compiere un passo indietro di decenni. Significa apporre un'etichetta preventiva sulla testa di un bambino. Quando stabilisci che in una classe non vi debbano essere "troppi stranieri", stai implicitamente inoculando nello sguardo dei compagni e delle famiglie un messaggio velenoso: che l'altro è un freno, un fattore di ritardo, una presenza problematica da contenere entro margini di tolleranza aritmetica.
Invece di concepire la classe come una comunità viva di apprendimento e di relazioni, la si trasforma in una somma di categorie contrapposte. Si sostituisce la pedagogia dell'accoglienza con la contabilità del sospetto.
Un colpo di spugna su anni di lotte e formazione docente
Come insegnanti e formatori, abbiamo lottato per anni nelle scuole di ogni ordine e grado. Abbiamo speso ore ed ore in corsi di aggiornamento, workshop, progetti didattici dedicati all'inclusione, alla prevenzione del bullismo e del razzismo, all'educazione all'alterità e alla cooperazione. Abbiamo insegnato ai nostri ragazzi che la diversità non è un ostacolo al percorso comune, ma la sua risorsa più feconda.
Oggi vediamo questo patrimonio formativo ed umano spazzato via con un disinvolto colpo di spugna istituzionale. Le parole d'ordine che hanno guidato la scuola democratica negli ultimi trent'anni rischiano di essere ridotte a cenci verbali, mentre la formazione professionale del corpo docente viene ridicolizzata da una narrazione politica che preferisce il dogma della segregazione funzionale alla complessità dell'insegnamento.
Siamo di fronte all'ennesima dimostrazione di come la storia non insegni nulla e di come i corsi e ricorsi storici teorizzati da Giambattista Vico si ripresentino ciclicamente: cambiano le formule burocratiche, cambiano gli slogan di governo, ma la sostanza rimane la medesima ansia identitaria che cerca ordine nella separazione anziché nell'incontro.
Orizzonti filosofici: le domande sulla diversità e sul nostro domani
Di fronte a questo progresso regressivo, in cui l'avanzamento dei tempi coincide paradossalmente con l'arretramento dei diritti e del pensiero critico, non possiamo limitarci alla protesta: dobbiamo ritrovare la forza della domanda filosofica ed esistenziale.
Che cos'è, in ultima analisi, la diversità se non la condizione ontologica stessa dell'essere umano? Che cos'è un'aula scolastica se non il primo specchio del mondo in cui impariamo che l'altro esiste, parla, soffre e sogna con codici differenti dai nostri?
Se la scuola inizia ad addestrare le nuove generazioni all'idea che l'umanità si gestisce per contingentamenti e che la pluralità è un rischio da contenere, cosa dobbiamo aspettarci dalla società di domani? Quale idea di comunità stiamo lasciando in eredità se il primo insegnamento dello Stato ai suoi bambini è che esistono confini ed etichette persino tra i banchi di scuola?
Non c'è merito senza equità, non c'è crescita senza accoglienza, non c'è futuro in una scuola che sbarra le porte all'altro per la paura di guardarsi allo specchio. Restituire dignità alla scuola significa ritrovare il coraggio dell'inclusione senza riserve, ricordando a chi governa che le persone non sono percentuali e che l'educazione o è emancipazione e incontro, o semplicemente non è.

