sabato,Febbraio 27 2021

Aborto, a chi rivolgersi a Reggio Calabria? Il ruolo dei consultori fra carenze e disservizi

Mallamaci (Casa accoglienza): «La donna ha il diritto di autodeterminarsi ma deve essere messa nelle condizioni di poterlo fare»

Aborto, a chi rivolgersi a Reggio Calabria? Il ruolo dei consultori fra carenze e disservizi

Quali sono i posti a cui una donna che affronta una gravidanza che non è in grado di portare avanti può rivolgersi a Reggio Calabria. La risposta dà il senso della misura di un problema che non è certamente quello della censura o meno dei manifesti contro l’aborto, ma che viene raccontato anche dalle cifre emerse nella città dello Stretto.

Consultori e ospedale

Sul tema ci siamo confrontate con Francesca Mallamaci, responsabile della casa accoglienza per gestanti e madri nubili dell’associazione Piccola Opera Papa Giovanni onlus, che chiarisce, in primis, «Il punto è intercettare i luoghi preposti». Quindi da una parte, i tre consultori pubblici di Gallico, Gebbione e il consultorio familiare San Marco oltre al consultorio diocesano (per la tutela della vita nascente di chiara matrice cattolica).

«Il mandato dei  consultori è sempre più venuto meno perché purtroppo sono privi delle figure che nascono per il tipo di supporto richiesto, emotivo, psicologico, ossia assistenti sociali e psicologi. Ad esempio al consultorio San Marco la psicologa, dopo il pensionamento della precedente, è a disposizione una volta alla settimana perché viene dalla provincia. I consultori stanno scomparendo, il personale è andato in pensione e non è stato rimpiazzato, i pochi professionisti che sono rimasti stanno lavorando solo sulle emergenze. Non c’è un organico in grado di soddisfare le richieste d’aiuto e la donna si ritrova a non avere le risposte tempestive di cui ha bisogno».

A questo si aggiunga che a scomparire è stato lo stesso servizio sociale degli Ospedali Riuniti, dismesso da circa un anno nonostante la coordinatrice prima del pensionamento aveva segnalato la situazione che si prospettava, rappresentando il lavoro prezioso del servizio sociale all’interno della realtà ospedaliera: non solo per il reparto di maternità, ma anche per gli anziani, i malati oncologici. «Una volta l’assistente sociale intercettava le situazioni, sempre nel rispetto della volontà della donna e della sua autodeterminazione, rappresentava la possibilità della presenza di strutture, di avere un aiuto dai centri di aiuto alla vita, di portare avanti la gravidanza e non riconoscere il bambino, dava una serie di informazioni che permettevano alla donna una valutazione».

Sempre più donne in difficoltà coi figli

Alla casa accoglienza per gestanti e madri nubili non ci sono più i numeri di una volta. «Abbiamo avviato il servizio nel 1979, in risposta alla legge n. 194 come luogo di sostegno alla vita nascente nel corso degli anni la situazione è completamente cambiata, non arrivano più gestanti, se non il caso di donna extracomunitaria vittima di violenza o di tratta. Perché si ricorre maggiormente alla contraccezione, probabilmente perché si ricorre maggiormente all’aborto. La donna che abortisce non è un’assassina». Ma la struttura di accoglienza non può essere l’unica risposta. «Non si sa cosa c’è dietro ad ogni storia: la donna ha necessità di essere supportata, di avere punti di riferimento e che i servizi nati per il sostegno, accompagnamento e prevenzione possano tornare a fare quello per cui sono nati. Ha bisogno di sapere cosa può fare e in questo momento questa città non offre risposte e servizi. A corredo della legge 194 dovevano esserci altre iniziative che però non sono mai arrivate. La donna ha il diritto di autodeterminarsi e scegliere ma deve essere messa nelle condizioni di poterlo fare».

Se la donna porta avanti la gravidanza c’è bisogno di aiuto. «Bisogna essere consequenziali, il supporto va garantito dopo. Aiuti concreti alla donna che si assume il coraggio di portare avanti una gravidanza che non possono essere solo i contributi a sostegno della maternità dello Stato che si esauriscono in pochi mesi. La donna ha bisogno di lavorare, di conciliare i tempi lavoro/famiglia».