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Villa, Rocco Lentini e Nuccia Guerrisi raccontano La Resistenza del Mezzogiorno e delle donne in Calabria – FOTO

Incontro si è svolto al MuMe, museo delle Memorie e sede dell'associazione Ponti Pialesi, dove fino a domani è visitabile la mostra documentale

Villa, Rocco Lentini e Nuccia Guerrisi raccontano La Resistenza del Mezzogiorno e delle donne in Calabria – FOTO

Ci sono storie che restano a lungo ai margini della grande Storia. Tra queste quella della Resistenza dei calabresi e quella della Resistenza delle donne in Calabria. Esse al centro dell’incontro svoltosi presso il MuMe museo delle Memorie, sede dell’associazione Ponti Pialesi di Villa San Giovanni, dal titolo “La Resistenza nel Mezzogiorno: la Calabria”.

L’ambito è stato quello della manifestazione “La Resistenza della Memoria: I Partigiani Calabresi” in svolgimento fino a domani. A far da sfondo, all’incontro introdotto dal presidente dell’associazione Franco Marcianò, alla presenza della sindaca Giusy Caminiti e dei consiglieri Ruggero Marra e Daniele Siclari, la mostra “La Resistenza della Memoria: I Partigiani Calabresi”, visitabile fino a domani dalle ore 17:30 alle ore 19:30. Preziosa l’opera di raccolta e di contatto con i familiari curata da Santina Tedesco dell’associazione Ponti Pialesi.

La Resistenza in Calabria prima del settembre 1943

«La Resistenza è stata fatta anche dai calabresi e non solo nell’Appennino ligure-piemontese. Dunque anche prima del settembre 1943. La Resistenza – racconta lo storico Rocco Lentini – iniziò, infatti, in Calabria già prima dell’operazione Baytown del 3 settembre 1943 con lo sbarco a Reggio degli Alleati. Prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943. La liberazione della Calabria fu opera degli Inglesi e dei Canadesi ma il fermento iniziò anni prima. Armi giungevano lungo le coste ioniche già dal 1939. In particolare, nel gennaio del 1943, in occasione di un vertice internazionale a Casablanca, in Marocco, fu definita una strategia internazionale per liberare l’Italia.

A Reggio arcivescovo metropolita era monsignor Enrico Montalbetti. Il suo decisivo impulso alla Fuci, federazione Universitaria Cattolica e l’esperienza del Semaforo, possono essere considerati i primi elementi prodromici alla Resistenza nella Piana reggina. La Chiesa, dunque, nutrì la resistenza in termini di sommossa ideale, di insurrezione. Il partito comunista animò quella armata. Nella Piana e in Aspromonte ci furono i primi movimenti di opposizione ai nazisti.

A Taurianova, Cipriano Scarfò fu fucilato nelle terra di proprietà di Arturo Zerbi nell’agosto del 1945. L’eccidio a Rizziconi, che siamo riusciti a far riconoscere come strage nazista a tutti gli effetti, si consumò il 6 settembre 1943. Su entrambi questi fatti, da storico ho scritto dopo ricerche documentali approfondite. E tanto altro ancora si potrebbe dire sulla Resistenza opposta nel Mezzogiorno dal Mezzogiorno».

Così ha raccontato lo storico Rocco Lentini, componente della Commissione didattica dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Un intervento arricchito da una serie di documenti e filmati d’epoca.

Dunque i calabresi combatterono non solo nell’Appennino ligure-piemontese, come proprio Rocco Lentini e Nuccia Guerrisi raccontarono in apposita pubblicazione già nel 1996, ma anche prima.

Le donne calabresi e partigiane

Ai margini è rimasta anche la storia delle donne partigiane, i fattori sono stati molteplici. «Certamente le donne, legate al focolare domestico, furono molto meno indagate e attenzionate, rivelandosi nel corso della storia ideali per gestire le comunicazioni durante la Resistenza. La loro azione clandestina – racconta Nuccia Guerrisi, direttrice dell’istituto Arcudi – non veniva sospettata.

Il meccanismo era simile a quello che aveva reso le regioni del Sud sedi di confino politico, perchè ritenute prive di mobilitazioni e iniziative di opposizione al regime. In entrambi i casi abbiamo potuto constatare l’esatto contrario. In Calabria vi furono fermenti e mobilitazioni importanti e le donne partigiane non furono solo le staffette.

Vi furono anche molte donne combattenti. Tuttavia, dopo la Liberazione, non tutte chiesero di avere la qualifica di Partigiane Combattenti per la quale era necessario dichiarare di aver trascorso tre mesi in montagne e aver partecipato a un’azione di guerra o aver riportato una ferita. Le altre opzioni erano Patriota e Benemerita. Molte, però, non si sentirono di raccontare di essere state torturate e violentate dai nazisti, e anche dagli Alleati. Sarebbero state malviste».

20 partigiane combattenti nel reggino

«Nonostante le testimonianze raccolte abbiano riferito di una situazione di assoluta parità e rispetto in montagna tra i partigiani e le partigiane durante la Resistenza, il fatto di aver vissuto questa esperienza e di avere abbandonato quel ruolo subalterno e forse di essere stata anche vittima di violenza, dopo la Liberazione avrebbe potuto diventare scomodo e fonte di maldicenze per una donna. Per questo non tutte raccontarono e non tutte chiesero la qualifica di partigiana combattente.

Nella provincia di Reggio le partigiane combattenti furono una ventina. Tra loro Giuseppina Russo di Roccaforte del Greco, le sorelle Pontoriero di San Ferdinando, Anna Cinanni di Gerace superiore e altre. Ma l’azione delle donne fu anche quella essenziale della scuola politica. Pensiamo all’attivismo nel partito comunista e del sindacato, alle riunioni di caseggiato e all’impegno per la riapertura delle scuole di Rita Maglio a Reggio Calabria. Qui ella fondò anche l’Udi.

Ma ci furono reggine che, trovandosi fuori dalla Calabria per le ragioni più diverse, diedero un contributo importante anche lì dove si trovarono. È il caso della giusta tra le nazioni, Bianca Ripepi».

E dopo la Liberazione?

Così racconta Nuccia Guerrisi, direttrice dell’istituto Arcudi, ponendosi anche l‘interrogativo del dopo di queste donne. «Qualcuna si candidò a sindaco, in tre vennero elette in Calabria. Qualcun altra divenne consigliera comunale. È il caso di Maria Mariotti, prima donna consigliera comunale di Reggio. Risultò eletta alle prime consultazioni amministrative libere tra il marzo e l’aprile 1946 e con il primo voto delle donne. Per un soffio non fu eletta nell’assemblea costituente, dove tuttavia la Calabria non ebbe rappresentanti».

La conversazione si è animata sul finire, parlando di donne che non raccontarono di essere state partigiane, almeno non subito. Scelta comprensibile viste i pregiudizi e le convenzioni sociali dell’epoca (e forse non solo dell’epoca) oppure atto che denotò un’assenza di coraggio?

La mostra documentale

Le donne calabresi della Resistenza hanno avuto voce anche attraverso la mostra curata dall’architetta Adele Canale è arricchita dalle opere inedite degli artisti reggini Rocco Caricato e Davide Ricchetti. Curate le ricerche storiche elaborate dagli alunni delle scuole Istituto Nostro-Repaci e Ipalb Giovanni Trecroci di Villa San Giovanni e dell’Itt Panella-Vallauri di Reggio Calabria.

Documenti, foto, oggetti, abbigliamenti ed equipaggiamenti militari dell’epoca, per raccontare storie e rievocare atmosfere e contribuire ad avvicinare l’epoca in cui tornammo a essere libere e liberi.

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