Dieci minuti dopo le diciassette del 22 luglio 1970, un'esplosione sui binari del treno direttissimo Treno del Sole causa il deragliamento del mezzo e la morte di sei persone tra le centinaia che da Siracusa viaggiavano verso Torino . La linea ferroviaria era quella di Battipaglia – Reggio Calabria, soprastante le ferrovie Calabro-Lucane e la stazione quella di Gioia Tauro a Reggio Calabria . Sei vittime – Andrea Gangemi, Adrianna Vassallo, Rosa Fassari, Rita Cacicia, Letizia Palumbo, Nicolina Mazzocchio – e settantasette feriti, il tragico bilancio.

Un deragliamento di cui lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel 2020 in occasione del cinquantesimo anniversario, ricordando le prove e manifestando solidarietà ai familiari aveva stigmatizzato il contesto complesso in cui ebbe luogo riferendo della «connessione con frange estremiste neofasciste che tentavano di strumentalizzare e condizionare le proteste di Reggio Calabria, e del legame con zone criminali radicate nel territorio di Reggio Calabria».


I moti di Reggio e la storia d'Italia



Un paio di decine di chilometri, infatti, a Reggio, solo pochi giorni prima era scoppiata una Rivolta . In quel frangente storico bruciava la sconfitta per il capoluogo di Regione assicurato a Catanzaro e non solo . Il 5 luglio 1970 il sindaco democristiano di Reggio, Pietro Battaglia, aveva il suo Rapporto alla Città , riferendo della scelta posta su Catanzaro e  destando l'indignazione del popolo reggino. Poi scontri, barricate, rabbia, repressione violenta, vittime in una città ferita, delusa e assediata.

Una Rivolta di popolo , come l'abbiamo sentito ripetutamente definire in queste settimane segnate dal 56^ anniversario, appuntamento che con la nuova amministrazione Cannizzaro dopo quasi 15 anni è tornato ad essere istituzionale . Appuntamento che ha visto uniti nella narrazione di questo come un fatto storico di assoluta rilevanza e di estrazione squisitamente popolare, il sindaco spento Francesco Cannizzaro e Mimmo Battaglia, figlio del sindaco della Rivolta Pietro Battaglia è candidato a sindaco alle recenti elezioni per il centrosinistra.


L’attentato al Treno del Sole allora si collocava poco prima della costituzione del Comitato d’Azione per Reggio capoluogo guidato dal dirigente missino Ciccio Franco e quasi cinque mesi prima della data in cui era stato programmato, salvo poi essere stato improvvisamente annullato, il colpo di Stato in Italia, noto come Golpe Borghese, sigillo di un’alleanza tra il terrorismo nero e la ‘Ndrangheta.

Una Rivolta di popolo che, dunque, deve fare i conti con un contesto nazionale complesso che certamente era sullo sfondo e che gli studi e gli approfondimenti invocati in modo bipartisan potrebbero, anzi dovrebbero, contribuire a chiarire e a comprendere meglio

Quel contesto ebbe pregnanti riflessi sui tentativi di ricostruire la vicenda di Gioia Tauro di cui restano ancora ignoti i mandanti e in cui resta fitta l’ombra dell’eversione neofascista.

Dopo Milano, con la strage ancora impunita di Piazza Fontana 12 dicembre 1969, Gioia Tauro in Calabria. Poi Peteano di Sagrado in provincia di Gorizia (31 maggio 1972), Brescia (Piazza della Loggia 28 maggio 1974). E ancora Bologna (stazione 2 agosto 1980, San Benedetto Val di Sambro, Grande galleria dell’Appennino attentati dinamitardi al treno Rapido 904 il 23 dicembre 1984, e all’Italicus la notte tra il 3 e il 4 agosto 1974). Ecco gli anni roventi, noti come gli Anni di Piombo segnati dalla violenza terroristica e dall’estremizzazione della dialettica politica attraversavano l’Italia.


Le inchieste giudiziarie

La prima indagine giudiziaria sul deragliamento di Gioia Tauro concluse che si trattò di un cedimento strutturale, per un difetto tecnico nel materiale rotabile. Le successive perizie esclusero le ipotesi di errore o di guasto, ma non quelle di impiego di esplosivo che, deflagrato all’aperto, avrebbe potuto non lasciare traccia nelle immediate vicinanze. Nessuna negligenza, dunque, ma neanche prove certe che si fosse o non si fosse trattato di un attentato dinamitardo. Caso chiuso ma mai chiarito. Un mistero o forse un segreto. Un incidente o una strage?

Quel deragliamento tornò alla ribalta nel febbraio del 1993 quando rientrò nell’inchiesta giudiziaria che il Gip del tribunale di Milano, Guido Salvini, stava conducendo sulle stragi degli anni Settanta e sul coinvolgimento dell’estrema destra eversiva nella Strategia della Tensione. Strategia che lo stesso giudice Salvini ha definito «guerra civile a bassa intensità condotta tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta con trecento morti, tutti cittadini innocenti, centinaia di feriti e decine di stragi mancate».
Non un manipolo di fanatici, dunque, ma gruppi strutturati e sostenuti da Servizi di Sicurezza italiani e stranieri. 


Il processo Olimpia I


Negli anni Novanta, proprio a Reggio Calabria, era in corso anche il processo Olimpia I contro decine di affiliati alla Ndrangheta. I pubblici ministeri erano Giuseppe Verzera, Ettore Squillace Greco e Salvatore Boemi, che dal 1993 al 2001 fu a capo della Direzione Distrettuale Antimafia. In quella sede, le dichiarazioni di due pentiti, Giacomo Ubaldo Lauro e Carmine Dominici, uomo di punta di Avanguardia Nazionale e uomo di fiducia di Felice Genoese Zerbi, dirigente della stessa organizzazione fascista, gettarono luce sui legami all’epoca nascenti tra la criminalità organizzata e l’eversione nera, imponendo la riapertura del caso sul deragliamento di Gioia Tauro. Una riapertura che lasciò, però, ancora una volta domande senza risposta, specie su quel livello superiore rispetto al quale in questo Paese continua a regnare l’impunità.


Mandanti ignoti


Solo nel 2001 la Corte di assise di Palmi stigmatizzò l’insufficienza della indagini condotte nei venti anni precedenti. Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella vennero condannati come esecutori della strage compiuta con esplosivo ma erano già tutti deceduti. Da fare le indagini per mandanti e finanziatori. Mai eseguite. Nel marzo del 2003 fu confermata la sentenza dalla corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria.


Oltre mezzo secolo di misteri e segreti


Ignoti rimangono ancora oggi i mandanti di quel deragliamento e dubbi e perplessità sussistono anche su un altro evento drammatico , successivo di soli due mesi e frettolosamente archiviato come incidente stradale. Si tratta dell'impatto mortale tra un'auto e un autotreno con rimorchio, sulla Napoli-Roma in cui, il 26 settembre 1970, morirono gli anarchici reggini Angelo Casile, 20 anni, Franco Scordo, 18 anni, Gianni Aricò, 22 anni, la moglie tedesca neppure diciottenne Anneliese Borth, e il cosentino Luigi Lo Celso, 26 anni.


Frequentavano la Baracca ed erano tutti giovani, tutti anarchici, tutti appassionati e convinti promotori di un cambiamento volto a realizzare condizioni di giustizia sociale ea ristabilire la verità, tutti arguti animatori di una controinformazione, documentale e fotografica, su quanto stava avvenendo nel Reggino ed in Calabria in quegli anni e in quei mesi così caldi . Una lungimiranza nata dallo studio e dall'osservazione attenta della realtà che potrebbe averli resi scomodi. La loro morte ancora interroga le coscienze ma solo di coloro che cercano la verità.