VIDEO | La chiesa Valdese di Reggio ha promosso un momento di riflessione e testimonianza per portare luce sui naufragi in atto nel Mediterraneo e invocare l’impegno delle istituzioni.
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La memoria tesse legami tra persone e storie. E così anche nel filo che unisce mattonelle di tessuto scorre senza fermarsi il dolore dei naufragi ai migranti nel Mar Mediterraneo. La Coperta della memoria della Piana di Gioia Tauro dedicata alle vittime del naufragio di Cutro ha fatto tappa nella chiesa Valdese di Reggio Calabria, in occasione dell’iniziativa “Mar Mediterraneo terra di nessuno: le tante (non) narrazioni del ciclone Harry”, e continuerà a cucita per non dimenticare le vittime dei recenti naufragi avvolti nel silenzio e nell'indifferenza.
«La coperta della memoria - spiegato ancora Mimma Sprizzi della coperta della Memoria della Piana di Gioia Tauro - è un'esperienza che nasce a Lampedusa a seguito di un tragico affondamento. Così nella Piana di Gioia Tauro abbiamo pensato di cominciare a cucire storie, partendo dalla convinzione che fosse necessario far emergere anche le storie delle nostre vittime, i braccianti e i migranti morti per mancanza di diritti nella piena di Gioia Tauro. E quindi abbiamo raccontato anche le morti di freddo, le morti degli incidenti del buio, le morti del fuoco, a causa degli incendi nella tendopoli di San Ferdinando.
Ci sembrava importante denunciare che persone che riescono a sopravvivere alla frontiera, alla durezza di quel viaggio privo di qualsiasi diritto, spesso trovano la morte nella nostra terra e quando non muoiono, vivono in condizioni prive di dignità. E allora la nostra è un'attività simbolica di denuncia che però ci consente anche di lavorare e di sensibilizzare la comunità. Noi cuciamo queste coperte, raccontando queste storie perché crediamo che la memoria restituisca un pò di dignità a queste morti. È questo è il nostro modo di resistere in un mondo che crea delle ingiustizie così feroci. Abbiamo raccolto tutti i nomi delle vittime della strage di Cutro e abbiamo cucito la coperta all'indomani della strage perché ci sembrava urgente sottolineare che le vittime non sono fossero solo vittime ma persone con nomi, cognomi, speranze, sogni, e sono morti a pochi metri dalle nostre coste. Morti che gridano giustizia e che attendono giustizia.
In questa sede abbiamo voluto lanciare una nuova iniziativa. Noi, infatti, ricominceremo a cucire e a queste mattonelle 10 × 10 che cuciremo insieme alla comunità per ricordare le vittime del ciclone Harry», ha spiegato ancora Mimma Sprizzi della coperta della Memoria della Piana di Gioia Tauro, iniziativa nata aderendo al progetto “La coperta di Yusuf” promosso all’indomani dell’annegamento del piccolo Yusuf Ali Kanneh, di sei mesi. Originario della Nuova Guinea, il neonato morì nel naufragio dell’11 novembre 2020 al largo di Lampedusa.
Ricorre oggi il terzo anniversario del naufragio di Steccato di Cutro, in cui persero la vita 94 persone, tra cui 35 bambini. Nel giugno dell’anno dopo, 26 (su 56 dispersi dei 67 migranti) furono i bambini di cui non si è più avuta alcuna notizia a seguito del naufragio silente, invisibile, nascosto, negato, al largo di Roccella Ionica, nel reggino. Ancora è necessario denunciare e sensibilizzare rispetto a una strage che non si ferma e che i recenti cicloni hanno solo continuato ad alimentare.
Anche i vescovi calabresi, nei giorni scorsi, hanno sollecitato la cittadinanza a «non abituarsi, a non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore. Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria».
Occorrono, dunque, consapevolezza e impegno. E infatti la chiesa Valdese, che ha promosso questo momento di riflessione comunitaria, lancia un appello alle Istituzioni.
«Non possiamo restare in silenzio e lasciamo che a parlare siano le testimonianze di chi accoglie e di chi è accolto. E poi un appello come cittadinanza calabrese e siciliana riunitasi a Reggio Calabria al fine di promuovere una riflessione corale e di avanzare proposte chiare alle istituzioni. Divulgheremo l’appello, sensibilizzeremo e chiederemo una mappatura del Dna dei migranti che non sono sopravvissuti al mare per restituire un nome,di rintracciare i familiari e dare ai corpi una sepoltura dignitosa, anche in anonimato, qualora non sia possibile identificarli subito. E infatti abbiamo pensato a un simbolo da riprodurre sulla lapide di queste persone la cui identità rimane sconosciuta ma da non dimenticare: una piuma nata dalla penna del nostro disegnatore sociale Francesco Pioppicchi», ha spiegato Monica Natali, diacona della chiesa Valdese di Reggio Calabria.
«È importantissimo ricordare queste persone. Mi dispiace del silenzio che avvolge queste morti perché siamo in un paese civile.
Una strage che può essere evitata anche semplificando le procedure. Per gli italiani che vanno in Africa basta un documento di riconoscimento mentre per gli africani che vengono in Italia ci sono tantissimi ostacoli. e ha desiderio di venire qua è proprio un percorso avere tanti ostacoli. Non è il mare il colpevole di queste morti ma noi esseri umani e la politica», ha sottolineato Ibrahim Diabate responsabile della casa Dambe So di San Ferdinando.
Testimonianze, condivisione e ascolto e soprattutto un invito alla memoria attiva che arriva anche dall'altra sponda dello Stretto.
«Le commemorAzioni sono momenti di ricordo delle vittime del Mediterraneo e della Frontiera, e di denuncia. Si fa memoria attiva, non solo per chi è morto ma anche per le loro famiglie, per chiedere verità e giustizia. È un'iniziativa avviata dalla rete transnazionale delle famiglie dei migranti dispersi dopo essere partiti da Algeria, Tunisia, Marocco, Mali. Quindi coinvolgono paesi africani e paesi arabi ai quali si sono uniti gli attivisti europei.
A Messina, noi ogni anno, il 6 febbraio, giorno della strage di Tarajal di Ceuta (enclave spagnola in Marocco) organizziamo un corteo con momenti di riflessione e di confronto. La data è stata scelta per rievocare quanto avvenuto nel 2014, quando 15 persone migranti di origine sub-sahariana morirono annegate nel tentativo di entrare a nuoto in Europa dal Marocco attraverso la spiaggia del Tarajal. La manifestazione si svolge in 68 paesi e tra questi anche l’Italia.
Mi piacerebbe molto se questo movimento fosse avviato anche a Reggio. Potrei, a questo punto, fare un invito alla Calabria ad unirsi alla rete delle CommemorAzioni», conclude Sofia Donato dell’associazione Abarekà Nandree, con sede a Messina e a Milano e attiva anche in Mali.







