Cinque anni vissuti dietro le sbarre con l'accusa gravissima di associazione mafiosa, fino al giorno in cui la giustizia ha finalmente riconosciuto la sua totale estraneità ai fatti. La vicenda di Rocco Femia, sindaco di Marina di Gioiosa Ionica, non è soltanto una storia personale di sofferenza, ma uno dei casi più emblematici ed eclatanti di errore giudiziario della recente cronaca italiana. Oggi quell'incubo trova voce in un saggio-racconto dal titolo emblematico: "Basta coprire i polsi. Storia vera di un sindaco innocente", edito da Media&Books e firmato a quattro mani dallo stesso Femia insieme alla giornalista Simona Musco, presentato nei giorni scorsi pubblicamente in un evento moderato da Tommaso Labate.

Tutto comincia all'alba del 3 maggio 2011, quando scatta l'operazione "Circolo Formato". Femia viene arrestato insieme ad altri amministratori con l'accusa di essere stato eletto grazie ai voti delle cosche locali. Da quel momento inizia un lungo calvario: la perdita della carica, lo scioglimento del Comune per mafia, il discredito pubblico e, soprattutto, la carcerazione preventiva. Cinque anni trascorsi in cella lontano dalla famiglia e dagli affetti, a difendersi da accuse rivelatesi nel tempo del tutto infondate. C'è voluta una tenacia incrollabile per affrontare tre gradi di giudizio finché la Corte d'Appello (dopo un annullamento con rinvio da parte della Cassazione) ha pronunciato la parola fine: assoluzione con formula piena per non aver commesso il fatto. Nessun patto con le cosche, nessun favore. «Non si può mandare in carcere un una persona con delle accuse che non stavano né in cielo né in terra – spiega Femia - alla fine di tutta questa vicenda è bene che la gente sappia come una parte della nostra magistratura agisce e come tanta gente innocente viene arrestata. Il mio più grande dolore? La morte di mia madre avvenuta durante la mia detenzione, qualcosa che non auguro a nessuno. Mia madre è morta e io ero in carcere e una ferita profonda che soltanto chi la subisce può capire».

Il titolo "Basta coprire i polsi" richiama un gesto di pudore e vergogna istintivo di chi si trova improvvisamente con le manette di fronte alle telecamere, ma diventa anche un monito civile. Femia ripercorre i giorni bui della cella, la lentezza burocratica, la gogna mediatica e la forza necessaria per non arrendersi. Al suo fianco, il lavoro analitico di Simona Musco svela i meccanismi, i cortocircuiti investigativi e la facilità con cui le garanzie costituzionali rischiano di saltare. Un'opera che va oltre la semplice cronaca e che si propone come spunto di riflessione urgente sulle ferite indelebili che la malagiustizia lascia nelle persone, nelle istituzioni locali e nel tessuto sociale di un intero territorio. «Durante questo processo era evidente che non ci fosse una sola azione del sindaco Rocco Femia e dei suoi assessori per agevolare le cosche mafiose – sostiene la giornalista – anzi, addirittura sono venute le forze dell’ordine a testimoniare in aula che questa era un’amministrazione che faceva le cose in regola oltre alle varie scelte amministrative che erano sotto gli occhi di tutti. Credo che raccontare storie come quella di Rocco Femia fino in fondo, quindi anche dal punto di vista di chi per tanto tempo non può raccontarla, sia un dovere».