Concludendo la seconda conferenza delle università italiane di Architettura (Cuia) alla Mediterranea di Reggio, il critico letterario ha illustrato la storia dell'università moderna. Attraverso le idee di Flexner, Newman e Kerr ha prospettato rischi e derivare ma anche opportunità e possibilità
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« Missione , da intendersi in termini di mandato, di ciò che si viene mandati e quindi principalmente direzione, proiezione e sguardo verso il futuro. Proprio ciò che è insito nella stessa etimologia della parola Università, unus versus, e che allo stato attuale, a mio avviso, sta mancando all'Università stessa ».
Parte dalle parole, dal loro significato, dunque dal lógos in quanto capacità umana di comprendere e dare senso alla realtà attraverso il linguaggio, la lecture con la quale il critico letterario Stefano Jossa, introdotto da Consuelo Nava, presidente della Cuia e docentedi Progettazione tecnologica e ambientale, ha concluso la seconda Conferenza delle università italiane di Architettura (Cuia) presso il dipartimento di Architettura e Design dell'università Mediterranea di Reggio Calabria .
“Ripartire dalle fondamenta: dell'università” è stato il tema del suo ricco intervento dipanatosi da una domanda «molto retorica», rivendicando che «ogni discorso è sostanzialmente retorico , cioè inevitabilmente costruito quando si riflette su cosa e sul modo di proporlo al pubblico, ossia “Di cosa parliamo quando parliamo di università?”. Dunque la retorica resta sullo sfondo di tutto».
L'umanista, storico della letteratura italiana, professore all'Università di Palermo e per 14 anni docente alla Royal Holloway (University of London ), richiamando testi e studiosi fondamentali per comprendere la storia dell'università moderna, The Idea of a University di John Henry Newman (1852/1873),The American College di Abraham Flexner (1908), The Uses of the University di Clark Kerr (1963), ha illustrato le trasformazioni che l'istituzione culturale ha attraversato e ciò che l'università è oggi , individuando i rischi e le opportunità del caso e tutte le incognite e le sfide del futuro.
Kerr: da University e Multiversity
Partendo dal modello più recente, rapportandolo ai precedenti modelli, Jossa inizia da « Clark Kerr che nel 1963 propone una nuova idea di università, fino a quel momento assolutamente inesplorata e inconcepibile , fondata sull'accoglienza degli studenti, votata a fornire servizi. Kerr, rispondendo così al boom di iscrizioni, aveva dato impulso all'istituzione di tante altre università che oggi sono tra le più famose degli Stati Uniti . Un libera democratico che non piaceva ai repubblicani, perché faceva prevalere la domanda sull'offerta, l'offerta cioè si adeguava alla richiesta, effettiva priorità di chi voleva qualcosa rispetto a chi produceva qualcosa . Nessun bisogno di confrontarsi con la disciplina e corsi per tutti. Una Confusion University, l'università della confusione.
Secondo Kerr , questo l'unico modo di gestire la molteplicità del pubblico universitario, che ambisce ad essere sempre più numeroso. L'università non ha come obiettivo la diffusione del sapere, ma la garanzia per tutti di un accesso del sapere. Kerr sarebbe il vero grande vincitore nella storia politica dell'università, poiché questo modello è stato di ispirazione delle politiche universitarie negli ultimi 70-80 anni. Un modello – prosegue Stefano Jossa - che implica il passaggio, come scrive lui stesso, dall'Università, in quanto mondo che si dirige verso una direzione comune, alla Multiversity perché l'università va in tutte le direzioni le più disparate e frammentarie possibili a seconda di quelle che sono le richieste degli studenti».
Flexner e Newman, il primato dell'esperienza e quello dell'astrazione
« Abraham Flexner, nel primo Novecento, aveva puntato, invece, su didattiche in tutti i tipi di insegnamento con classi molto piccole e il confronto diretto con l'oggetto.L'obiettivo era quello di lavorare Hands on, con le mani sull'oggetto e garantire esperienza diretta di formazione allo studente, senza riprodurre il sapere già noto e conosciuto che proponeva il docente dall'alto della sua cattedra. Cambiava completamente con lui il rapporto tra docente e studente e nasceva quel modello che a livello didattico.
E prima ancora John Harry Newman, il cui libro è il manifesto della fondazione dell'università cattolica di Dublino, essenzialmente si ispira all'unico obiettivo di aprire la mente, un'altra espressione retorica ma con una sua validità. Newman – spiega ancora Stefano Jossa – proponeva uno sguardo oltre il presente, per essere diversi da quelli che si è attualmente, assumendo la direzione potenziale di andare oltre il noto e verso l'ignoto, rifiutando il saputo a favore del possibile. Un progetto di Università che punta a qualcosa di inafferrabile, indefinibile , proprio perché lo insegue. Questa direzione dell'università è però assolutamente astratta, teorica, mentalistica. L'obiettivo di Newman è proprio quello di procedere attraverso la consapevolezza delle idee. L'università deve avere l'abilità cioè di astrarre il dato dal concreto per inserirlo dentro un quadro più generale di tipo mentale » .
I tre modelli e la necessità di sintesi
« Newman e Flexner sono, così, assolutamente agli antipodi, antitetici l'uno rispetto all'altro: la conoscenza fondata sulprimato dell'astrazione per Newman, la conoscenza fondata sul primato dell'esperienza per Flexner.In tutto questo – sottolinea Stefano Jossa – Kerr propone un modello terzo in cui il sapere disciplinare non ha la stessa portata che ha per Newman e Flexner. Per Kerr l'accesso al sapere è più rilevante del sapere stesso.
Con Kerr, dunque l'università si spostava da un modello fondato sui saperi disciplinari, anche su una gerarchia tra i saperi , su un modello di università della confusione per rispondere appunto a tutti gli stimoli di varia direzione e di varia entità » .
E se per Flexner l'università deve popolarsi di laboratori per assicurare l'approccio metodo Hands on , per Kerr ci devono essere anche i campi di rugby, palestre e luoghi di incontro e scambio e servizi vari per accogliere lo studente.
Kerr: l'aristorazia nella democrazia per ambire all'eccellenza
« Anche se tutti devono avere accesso, tuttavia, lo stesso Kerr è assolutamente consapevole che la formazione della comunità non può prescindere da una dimensione di creazione di un orizzonte elitario. Pronuncio ora una parola scomoda nel dibattito contemporaneo che è "aristocrazia" perché l'università non deve soltanto puntare alla formazione della comunità di uguali, ma anche a costruire quella dimensione di guida di leadership, che solo un'aristocrazia dentro la democrazia può effettivamente garantire.Il rischio è, altrimenti, quello della definitiva confusione. Pur eliminando il primato delle discipline, secondo lui - spiega ancora Jossa - occorreva conservare comunque la retorica su cui quel primato si fondava, cioè la retorica dell'eccellenza, della capacità di acquisire degli elementi di orientamento rispetto al mondo e di contribuire alla comunità con persone in grado di affrontare i problemi più difficili da risolvere nella vita collettiva e condivisa.
E allora occorre che i modelli, come i saperi e le discipline dialoghino, che gli universi si incontrino. Occorre tenere insieme gli interessi culturali con la ricerca, la didattica che senza una ricerca che la nutra è una ripetizione burocratica del già noto. Occorre una università sperimentale che sia in grado di tenere insieme tutte e tre le dimensioni, ma anche ritornare alla sua natura più propria che quella di ricerca.
Cercare soluzioni interdisciplinari senza soffocare le discipline, facendole dialogare veramente non significa farne, però, un calderone ma significa essere consapevoli delle storie, dei metodi, pedagogie e dei rapporti umani.
Se dunque l'idea di università è di costruire la comunità e quindi essere tanti in uno, quindi unire piuttosto che separare, l'università, pur differenziando e favorendo l'ingresso degli studenti come proposto da Kerr, non deve – sottolinea Stefano Jossa - rinunciare agli elementi che vengono dalla tradizione».
Dall’università vecchia all’università nuova
«L'università ancora oggi ha bisogno di una radice che è appunto la sua funzione pubblica, nella convinzione che l'università sia un patrimonio della comunità alla quale contribuire con il sapere in comune, come per altro richiamato nella sua etimologia, cum-munus, ossia condividere un dono e il dovere di ricambio.
L'università – sottolinea Jossa – in questo momento è un grande contenitore aperto nel quale va conservato il valore tradizionale, un certo tipo di organizzazione disciplinare, dei rapporti del sistema del sapere e ovviamente la dimensione di ricerca, oggi fortemente a rischio di essere dispersa. Perdere questa parte a favore di una cosiddetta formula di impatto che mira soltanto a una divulgazione del nulla comporta dei rischi molto seri.
Auspicherei, dunque, un'università che resti un'università ma che al suo interno sviluppi quanto più possibile dialogo e capacità appunto di accettare ciò che non c'era, cioè il nuovo e il diverso. L'università, soprattutto in Europa, è diventata molto spesso la riproduzione del già dato e del già noto, che rifiuta ogni forma di sperimentazione e rivoluzione e questo secondo me è un grande limite.
Quando all'università ci saranno solo contabili, gli studenti non avranno nessun bisogno di iscriversi perché la loro formazione avverrà evidentemente altrove; quando l'università sarà solo un luogo in cui si erogano servizi, lo studente potrà andare altrove a giocare a calcio e a svagarsi. All'università si va per imparare delle cose e per impararle da persone brave. La direzione dell'università deve essere quella di far venire più professori bravi piuttosto che soltanto funzionari di sistema.
Uno dei rischi in atto è sicuramente rappresentato dalla pressione molto forte verso la sua aziendalizzazione, rispondendo soltanto a principi di nomenclatura e organizzazione, a numeri e bilanci. Occorre reagire a questo con la rivendicazione del valore intellettuale dell'università che è un patrimonio per la comunità.
Se perdessimo questo orizzonte retorico, l'università non esisterebbe più. L'università nuova, di cui tanti parlano, esiste soltanto e ancora perché discende dall'università vecchia, su questo dovremmo interrogarci tutti insieme», conclude il critico letterario e docente universitario, Stefano Jossa.





