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«Se la violenta protesta nasceva da molti fili, remoti o attuali, e raccoglieva solide motivazioni sociali, essa tuttavia aveva come molla centrale il capoluogo, obiettivo nel quale confluivano frustrazioni e attese, vero cemento della sollevazione di massa». Era deputato dello Repubblica, lo storico reggino Gaetano Cingari che offrì questa lettura dei moti di Reggio degli anni 1970-1971, in cui si condensa tutta la complessità di una delle pagine più critiche della nostra storia.
Dal 2003 sul lungomare Falcomatà di Reggio Calabria, si erge l’opera in bronzo dell’artista taurianovese, Michele Di Raco. Su cinque lastre adagiate su pietra di Lazzaro, quattro illustrano gli episodi della protesta popolare mentre una più grande è un tributo alla memoria dei caduti. Di tutti i caduti di quella sollevazione di massa nata da molti fili…
14 luglio 1970
Il 14 luglio del 1970 fu il giorno successivo alla convocazione della riunione del Consiglio Regionale a Catanzaro. Scelta che segnava l’assegnazione a Catanzaro, piuttosto che a Reggio, del capoluogo di Regione e che già aveva innescato reazioni a Reggio. Il capoluogo, al quale Reggio aspirava per riscattarsi, era stato negato.
La città dello Stretto, 55 anni fa, fu così teatro di scontri e barricate, di rabbia repressa con violenza. Città assediata e vittime.
Il Rapporto alla Città di Pietro Battaglia
Tutti fatti che risalgono ai mesi successivi di quel rovente luglio del 1970, ma già nei mesi precedenti la città (studenti universitari compresi) si era mobilitata per rivendicare centralità e attenzione da parte del Governo. Il 5 luglio 1970 il sindaco democristiano Pietro Battaglia aveva già fatto il suo “Rapporto alla città”, per denunciare l’accordo politico-istituzionale stretto a Roma per istituire a Catanzaro, piuttosto che a Reggio Calabria, il capoluogo di Regione. Decisione ovviamente maturata lungo l’asse Catanzaro-Cosenza e sostenuta da due politici cosentini, il democristiano Riccardo Misasi e il socialista Giacomo Mancini.
Le barricate e l’assedio della città
Barricate sulla via Marina e sul corso Garibaldi. Blocchi disseminati dalla zona di Sbarre, che nel corso dei fatti di Reggio divenne la Repubblica di Sbarre, fino al quartiere di Santa Caterina, poi battezzato Granducato di Santa Caterina. Un’agitazione che si sarebbe protratta con una scia di eventi ancora oggi oscurati da dubbi e misteri. Il deragliamento del Treno del Sole a Gioia Tauro, la morte dei cinque anarchici della Baracca e il fallito golpe Borghese sono fatti che risalgono ai mesi successivi di quel rovente 1970.
Le vittime dei moti e la guerriglia
Furono giorni di scontri tra i dimostranti che occupavano autostrade e ferrovie. La polizia eseguì i primi fermi in una città isolata dallo sciopero dei treni. Il primo delle cinque vittime dei moti di Reggio, fu il ferroviere Bruno Labate. Nel corso degli eventi successivi morirono anche l’autista Angelo Campanella, i poliziotti Vincenzo Curigliano e Antonio Bellotti e il barista Angelo Jaconis. Proclamato, nella giornata del 16 luglio, il lutto cittadino mentre la chiesa reggina, guidata da monsignor Giovanni Ferro, sosteneva le ragioni della rivolta, e tentava una pacificazione, placando gli animi.
La guerriglia però incalzava e da allora fu un susseguirsi di scioperi, scontri con la “Celere”, assalti a prefettura e questura, attentati e cortei in una città. Negozi, scuole, uffici chiusi, isolata dal blocco di stazione, strade, aeroporto e porto, con le vie bloccate dai carri armati e un dispiegamento di migliaia di militari in assetto antisommossa.
In strada anche gli imprenditori Demetrio Mauro e Amedeo Matacena, l’ex comandante partigiano Alfredo Perna e molte donne.
Ciccio Franco e “Boia chi molla”
Già si erano costituiti, e altri se ne costituirono dopo, comitati a sostegno delle rivendicazione e poi della rivolta. Ci fu il Comitato unitario per Reggio capoluogo guidato dal sindaco Pietro Battaglia. Ancora il Comitato d’agitazione poi Comitato unitario, guidato dall’avvocato Francesco Gangemi. Grande impatto ebbe poi il Comitato d’azione per Reggio capoluogo guidato dal dirigente missino Ciccio Franco, passato alla storia come il capopopolo in occasione della rivolta.
Nata, dunque, come una rivolta popolare, complici la dissociazione del partito Comunista e di quello Socialista e la defezione della Cgil, non si fece attendere l’affermazione dei movimenti di Destra. Con Fortunato Aloi scesero in campo Renato Meduri, Antonio Dieni e Ciccio Franco, sindacalista della Cisnal, con il celebre slogan “Boia chi molla”.
Le tensioni erano altissime. Ciccio Franco fu arrestato insieme ad altri capi della rivolta per istigazione a delinquere e apologia di reato. Rilasciato dopo circa due mesi, nuovamente ricercato, fu latitante per un breve periodo durante il quale fu raggiunto e intervistato per il settimanale L’Europeo da Oriana Fallaci.
Depistaggi e miraggi
Quello scippo venne camuffato con una sorta di distribuzione: la Giunta regionale a Catanzaro, il Consiglio regionale a Reggio Calabria (unica regione ad avere Consiglio e Giunta regionale in capoluoghi diversi) e l’Università a Cosenza.
Alla città di Reggio, scippata del Capoluogo poi istituito a Catanzaro, furono destinati progetti di sviluppo e occupazione. Il famoso pacchetto Colombo ebbe il sapore amaro di un ripiego rispetto alla negazione di altri diritti essenziali.
Una delle opere contemplate nel cosiddetto pacchetto Colombo, ossia il Quinto polo Siderurgico d’Italia a Gioia Tauro, vista la crisi di settore, poi non fu mai costruito. Sì aprì così la strada all’infrastrutturazione del grande e odierno porto commerciale.
Le misure straordinarie varate dal Governo guidato da Emilio Colombo prevedevano investimenti di un miliardo e settecento milioni di vecchie lire da spalmare su più interventi, per creare migliaia di posti di lavoro anche in Calabria. Un altro miraggio che ancora abbiamo davanti agli occhi attraverso la cattedrale nel deserto che oggi è ancora la Liquichimica Biosintesi a Saline Joniche, praticamente costruita e mai davvero decollata. Solo qualche mese dopo la sua attivazione, nella prima metà degli anni Settanta, le bioproteine da utilizzare come mangimi furono dichiarate cancerogeni.
La storia ancora da raccontare
La storia dei Moti di Reggio andrebbe ancora tanto raccontata. Essa ancora divide. C’è chi pensa che furono poi i comitati di destra d’azione a guidare la rivolta e a strumentalizzarla. C’è chi resta convinto, invece, specie negli ambienti della destra, che sia stato comunque il popolo ad essere rimasto protagonista della rivolta.
Restano però tante zone d’ombra che non attengono alle rivendicazioni, chiare e legittime di una città usurpata dagli stessi calabresi, e che neppure riguardano la scintilla della rivolta ma tutto il complesso contesto storico-politico di quegli anni.
Reggio Calabria, Italia
Nel 1970, con soltanto ventidue anni di ritardo rispetto all’entrata in vigore della Costituzione che le aveva istituite, le regioni prendevano vita. Reggio Calabria aspirava a diventare capoluogo della Regione. Ma forse c’era anche dell’altro.
In quel frangente Reggio fu teatro di eventi già di fondamentale importanza per la storia regionale. Eventi che assunsero anche rilevanza nel quadro nazionale di un’Italia inquieta e agitata da forze violente e sovversive. Nel dicembre del 1969 era esplosa la bomba a piazza Fontana a Milano.
A Reggio, in preda ai moti, si concentravano pure gli interessi e le presenze di personalità del calibro di Junio Valerio Borghese, Franco Freda e Stefano Delle Chiaie. Circostanze tutt’altro che di poco conto e casuali. Esse depongono a favore di chi oggi sostiene che in quel frangente Reggio Calabria fosse divenuta un attivo laboratorio della destra eversiva pronta minacciare la Democrazia, stringendo alleanze con la ‘Ndrangheta e con la massoneria deviata. Erano anche i tempi del fallito golpe Borghese.
In quel momento l’Italia era anche senza governo. Il presidente del Consiglio dei Ministri Mariano Rumor si era dimesso. Sarebbe succeduto, ma solo ad agosto, il democristiano Emilio Colombo. Per gli intellettuali arguti e attenti a Reggio Calabria stava succedono qualcosa di molto importate e dirimente per la storia del Paese.
Per questo la città con i suoi moti fu tra le vicende intricate che anche Pier Paolo Pasolini rievocò, recandosi in riva allo Stretto qualche anno dopo, nel documentario di Lotta Continua dal titolo 12 dicembre, diretto da lui e da Giovanni Bonfanti nel 1972. Un pagina storica rispetto alla quale, al netto di iniziative di parte, inspiegabilmente tace la memoria collettiva di questa città.
I misteri nelle pieghe della Storia
Un contesto pregno nel quale maturò anche il deragliamento del treno del Sole a Gioia Tauro, il 22 luglio del 1970. Episodio di cui restano ignoti i mandanti e sulla quale resta fitta l’ombra dell’eversione neofascista.
Quell’agitazione si protrasse fino al 1972 e che portò a quella grande mobilitazione sindacale nazionale a Reggio che ispirò “I treni per Reggio Calabria” della cantautrice romana Giovanna Marini. E in mezzo, una scia di eventi ancora oggi oscurati da dubbi e misteri. Non solo il deragliamento ferroviario a Gioia Tauro, ma anche la morte in quell’impatto frettolosamente archiviato come incidente stradale e ancora avvolto da pesantissime ombre, in cui persero la vita i cinque anarchici della Baracca (Angelo Casile, 20 anni, Franco Scordo, 18 anni, Gianni Aricò, 22 anni, la moglie tedesca neppure diciottenne Anneliese Borth, e il cosentino Luigi Lo Celso, 26 anni). Era il 26 settembre 1970. Soltanto due mesi dopo. Fitte zone di ombre ancora insistono su questo evento tragico.
Frequentavano la Baracca (questo era il nome del luogo di ritrovo a Reggio Calabria negli anni Sessanta, nell’attuale zona del cineteatro Odeon). Erano tutti giovani, tutti anarchici, tutti appassionati e convinti promotori di un cambiamento volto a realizzare condizioni di giustizia sociale e a ristabilire la verità. Tutti arguti animatori di una controinformazione, documentale e fotografica, su quanto stava avvenendo nel Reggino ed in Calabria in quel frangente così caldo.
Una Storia che non è nota fino in fondo. Essa si inserisce in quella più ampia di un paese purtroppo avvezzo a depistaggi, deviazioni e sviamenti, occultamenti e sottrazioni di documenti e prove, insomma a verità negate.

