A quasi vent’anni dalla riforma che ha ridisegnato la sanità penitenziaria in Italia, il sistema continua a mostrare limiti evidenti sul piano organizzativo e gestionale.

Tra competenze divise, responsabilità diffuse e carenze strutturali, la tutela della salute delle persone detenute resta una sfida aperta. In questa intervista, il prof. Giulio Di Mizio offre una lettura lucida e critica delle cause che hanno portato all’attuale situazione, indicando al contempo possibili soluzioni e raccontando l’esperienza del cosiddetto “modello Catanzaro”, considerato una delle pratiche più avanzate nel panorama nazionale.

Professore, volendo essere diretto, da dove nasce il problema gestionale della Sanità Penitenziaria in Italia?

Da una grande “incompiuta”, ossia la riforma promossa dal DPCM 1.4.2008, quella famosa del transito della Sanita Penitenziaria dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale.
 

Ma esattamente cosa è avvenuto:

Chi ha predisposto il DPCM 1 aprile 2008 ha, a mio sommesso parere, sopravvalutato la capacità e l’interesse del nostro Paese di giungere ad una matura, consapevole e responsabile gestione amministrativa integrata di un modello sanitario che non avrebbe mai potuto funzionare appieno senza prevedere, benché si “giocasse” oramai su tavoli istituzionali diversi e separati amministrativamente, una funzione di coordinamento esecutivo centrale.
 

Questo cosa ha comportato?

Alla definizione di un modello organizzativo trasversale ed inter-istituzionale nel contesto del quale dovrebbero dialogareGiustizia e Salute, quindi un dialogo operativo tra unaamministrazione verticistica, rigida, con la mission di garantire il trattamento, il recupero e l’esecuzione penale (quindi anche la sicurezza nazionale) che lavora dal “centro”, con un’altra che - invece - al centro possiede solo una funzione di programmazione, anche francamente poco incisiva sul tema - ed in periferia ha presenta venti anime distinte ed autonome.
 

E quindi quando e come si parlano queste due Istituzioni?

Poco e male. Provo a semplificare per i non addetti ai lavori. Il Ministero della Giustizia e nello specifico l’Amministrazione Penitenziaria (DAP) deve interloquire con venti regioni e con oltre cento aziende sanitarie provinciali differenti, nel territorioinsistono i 189 Istituti di Pena del Ministero della Giustizia.

Manca attualmente una norma che consenta una gestione esecutiva delle azioni amministrativo-sanitarie finalizzate a decidere, in tempi brevissimi, della destinazione delle persone private della libertà personale, in rapporto alle necessità di corrette prese in carico dei detenuti pazienti. Pertanto, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria è, qualora le norme non vengano modificate o integrate, condannato ad un enorme lavoro al centro, consapevole che scarsi saranno gli effetti a causa delle lente e contraddittorie risposte che giungono dalla periferia a gestione sanitaria.

Questo significa inevitabilmente demolire il sistema dell’esecuzione penale, andandone a minare la componente rappresentata dalla tutela della salute, che è di pertinenza delle regioni.

Ma le regioni hanno l’obbligo di tutela della salute di tutti i cittadini, anche dei detenuti…

A parziale difesa, devo dire che il de-finanziamento della Sanita Penitenziaria certamente non agevola queste istituzioni nel reperire quei fondi necessari per integrare il contributo annuale che proviene dallo Stato.

Ma non si può nemmeno, però, a diciotto anni dalla riforma, rimanere ancorati a tale alibi, per nonessersi organizzati diversamente. Forse all’epoca dei lavori della riforma del DPSM 2008 non fu chiaro ai giuristi ed ai tecnici che lavorarono sulla riforma, in via prospettica futura, l’effetto di scarsa governabilità del sistema che stavano andando a definire. Mi fa pensare alla produzione di un’autovettura, la cui meccanica mal si accorda con il motore, definendone una sostanziale scarsa governabilità.

Quel poco che funziona attualmente a livello nazionale, profondamente frammentato sul territorio, si basa sulla iniziativa, personale ed infaticabile, di quegli operatori della Sanità e dell’Amministrazione Penitenziaria che credono ancora nell’esecuzione penale e nella tutela della salute, e di tutto ciò che rappresenta per lo Stato. La soluzione a tutto ciò non può essere che politica: nulla infatti possiamo noi Medici, nulla la Magistratura, nulla l’Amministrazione Penitenziaria. Deve risolvere il legislatore.

Il decisore politico dovrà prendere in mano la situazione, riportando a livello centrale la gestione operativa della tutela della salute delle persone detenute, integrando economicamente l’obolo previsto per la salute in carcere e destinato alle Regioni, prevedendo una funzione di coordinamento esecutivo centrale nazionale, con pieni poteri,che incida direttamente sulle singole realtà, in deroga a quanto previsto normativamente in attualità. Fondando ad esempio una autorità nazionale Salute-Giustizia che, però, a mio modestoparere, deve essere concepito come organo fortemente tecnico, e non politico, al fine di evitare poi altri immaginabili problemi.

Contemporaneamente andranno definiti i veri impatti assistenziali per le persone private della libertà personale, i fabbisogni reali delle risorse umane, la loro formazione, e lerisorse strutturali adeguate. Il problema non è solo carcere, ma è enormemente più ampio. Attualmente c’è l’evidenza solo di un trascinamento del sistema, tra muri di gomma e porti delle nebbie: la tipica sensazione di tutti noi che lavoriamo nel mondo penitenziario, che si acuisce quando si tenta di interloquire con chi, sopra di noi a livello gerarchico, ha la responsabilità di programmare, fornire risorse ed avere una visione per il futuro.

E se ciò non avverrà?

L’alternativa è quella di continuare in questa maniera, ponendo però la propria firma sulla consapevolezza che questo sistema peggiorerà ulteriormente nel tempo, senza che nessuno abbia la reale possibilità di modificarlo, a causa di norme inconciliabili ed inutili tavoli tecnici di raccordo che provano inequivocabilmente come le questioni serie vengano sistematicamente diluite nel tempo e nello spazio, mentre le persone detenute hanno necessità di essere assistite, adesso. Insomma, deve interessare a qualcuno, perché se è così, le cose si fanno e non si trascinano.

Abbiamo visto per il referendum sulla giustizia quanto impegno è stato profuso, mettiamolo adesso anche nel mondo della esecuzione penale e della tutela della salute dei ristretti. Portiamo un ritardo incredibile, che dal 1978 (istituzione del SSN) al 2008 (DPCM 1.4.2008) è stato devastante, “premiato” poi con ulteriori 18 anni di gestione a scarsa efficacia sino ai nostri giorni.

Ci spiega a questo punto cosa è esattamente quello che tutti ormai chiamano il “modello Catanzaro” in sanità penitenziaria:

Il modello Catanzaro, non è altro che un interessante modello di “doping di sistema”, attivato nella realtà operativa sanitaria calabrese. In un contesto di debolezza normativa, la necessità di tutelare la salute dei detenuti ha prevalso su quegli atteggiamenti gestionali tipici del carcere, in alcune realtà nazionali caratterizzati dalla formulazione di richieste di trasferimento dei detenuti per l’impossibilità di gestirli a livello sanitario, conditi da atti compilati con la metodologia irritante della medicina difensiva.

Il modello Catanzaro è basato sulla scelta di operare secondo l’orientamento di SIMSPe (la Società Italiana di Medicina e Sanita Penitenziaria), seguendo solide basi scientifiche che definiscono una Sanita Penitenziaria autonoma che coordina tutte le discipline mediche o operanti nel carcere, nessuna esclusa, ivi compresi i professionisti di tutela della salute mentale poiché è l’unico modo di porsi seriamente in posizione di garanzia nei confronti dei detenuti, malati e non.

La peculiarità di Catanzaro risiede, poi, nell’aver integrato a tutto ciò una gestione tarata su un modello gestionale medico legale. Ricordo che la Medicina Legale è la disciplina che istituzionalmente dialoga in maniera specialistica con il mondo della Giustizia, possedendo culturalmente quelle solide basi del dialogo tecnico con la magistratura e con la classe forense. Se a ciò si aggiunge la competenza diretta sulla sicurezza delle cure, sull’analisi preventiva degli eventi avversi e sulla reattività alla verificazione di questi, capirà bene come tutto ciò non possa che rendere un gruppo di lavoro assolutamente solido, coeso e consapevole di ciò che sta facendo.

Esportarlo non costa nulla, basta che le aziende sanitarie vogliano farlo come abbiamo già fatto noi, rendendo sostenibile il sistema, senza il solito alibi della carenza di personale, che va invece cercato senza sosta, invogliato e premiato, rendendo “interessante” la Sanità Penitenziaria per tutti i profili professionali necessari. Il carcere è altamenteformativo, perché addestra la mente a trovarle soluzioni migliori in pochissimo tempo e prepara i professionisti sanitari a lavorare in squadra; addestra a gestire i casi complessi, addestra a saper superare le continue umiliazioni e le aggressioni con la ferma determinazione degli uomini delloStato.

Addestra a gestire la paura. Addestra a lavorare in assenza di alleanza terapeutica, ed a saper fornire aiuto a chi è disperato, e magari neanche se lo aspetta, senza giudicarlo. Addestra al coraggio. E nella nostra epoca, gli operatori sanitari in carcere proprio questo dovrebbero essere: autorevoli,preparati, umani, corretti, coraggiosi, determinati ed indipendenti.

Consapevoli di avere nelle loro mani la vita delle persone detenute, all’interno di un contesto totalizzante ad elevatissima complessità, che vede concentrato tutto ciò di negativo che fuori è diluito, ossia la devianza, la sofferenza e le malattie, il tutto amplificato nella loro massima espressione. Quali garanti della salute pubblica, di fatto, gli operatori sanitari penitenziari diventano - per chi ha sbagliato - veri portatori di speranza.