martedì,Aprile 23 2024

Sea Eye 4 “fermata” a Reggio, l’equipaggio interpella il ministro Wissing: «Bloccati in Italia, il governo tedesco intervenga»

La capo missione Julie Schweickert si rivolge allo Stato di bandiera per chiedere interventi finalizzati alla liberazione delle navi. La sottoscrizione ha superato le 13mila adesioni. Intanto l'imbarcazione sequestrata ha già lasciato il porto calabrese. È adesso a Taranto in manutenzione

Sea Eye 4 “fermata” a Reggio, l’equipaggio interpella il ministro Wissing: «Bloccati in Italia, il governo tedesco intervenga»

«La nostra nave di salvataggio è ancora illegalmente detenuta in Italia: ne chiediamo il rilascio immediato». Ha rilanciato il suo appello dal profilo Fb della ong Sea Eye, Julie Schweickert, a bordo della Sea Eye 4 la cui ultima missione di soccorso in mare è stata quella che ha preceduto lo sbarco di 144 migranti al porto di Reggio Calabria, lo scorso 10 marzo, e il sequestro della nave subito dopo l’approdo.  L’appello è al centro della petizione che la settimana scorsa la capo missione Julie Schweickert e tutto l’equipaggio hanno rivolto al ministro tedesco Volker Wissing per investire il governo dello Stato di bandiera della questione e chiedere interventi.

La petizione dell’equipaggio al governo tedesco

«Scrivo questa petizione dal porto di Reggio Calabria, dove siamo stati trattenuti con la Sea Eye 4. Dovrei essere in mare e non qui a scrivere mentre nel Mediterraneo persone rischiano di non sopravvivere. Il nostro Stato di bandiera, la Germania, deve usare tutti i suoi mezzi per garantire che le navi vengano rilasciate rapidamente per tornare a soccorrere. Il fatto che l’Italia sanzioni le navi battenti bandiera tedesca in acque internazionali non è legale. La Germania come Stato di bandiera, e soprattutto il ministro federale dei trasporti Volker Wissing competente per le questioni marittime, hanno una responsabilità qui.

Qualsiasi tipo di cooperazione e sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica deve finire. Il governo federale tedesco deve fare tutto il possibile per garantire che non vi sia alcuna cooperazione tra l’Ue e la cosiddetta guardia costiera libica. Anche il governo federale deve prendere una posizione chiara contro le azioni dell’Italia». Così si legge nella petizione che ha già intercettato oltre 13.500 sottoscrizioni.

Alla mobilitazione dell’equipaggio stanno seguendo anche manifestazioni di solidarietà per strada con hashtag #FreeTheFleet. Proprio ieri la Ong ha pubblicato anche questo post per rilanciare ancora una volta la petizione, etichettando nuovamente come fasciste le politiche italiane: «La nostra nave di salvataggio è ormai ingiustamente trattenuta da esattamente 21 giorni, oltre un centinaio di persone sono già disperse nel Mediterraneo o sono annegate nelle onde. Perché i fascisti impediscono ad alcune navi operative di salvataggio in mare di salpare. Per ragioni puramente politiche. Per pura misantropia. Il nostro equipaggio è arrabbiato. Non accetteremo mai che l’arbitraria interruzione forzata del salvataggio di vite umane continui per altri 39 giorni».

La contestazione e il fermo di 60 giorni con recidiva

Alla Ong tedesca è stata contestata la violazione del decreto Piantedosi per avere soccorso in area Sar (Search and Rescue – Ricerca e soccorso) libica. La Ong ha già presentato ricorso per spiegare le proprie ragioni avverso il provvedimento che dispone una sanzione pecuniaria e, in via accessoria e con l’aggravante della recidiva, il fermo della nave per il periodo lungo di 60 giorni. L’intervento della Ong sarebbe, secondo quanto dalla stessa riferito, avvenuto nel rispetto delle norme internazionali. Le guardie libiche raggiunte solo dopo l’avvio dei soccorsi, la  Sea Eye, «avevano puntato armi invece di intraprendere azioni di soccorso».

I provvedimenti di fermo delle navi delle ong si stanno susseguendo come anche le pronunce di accoglimento delle sospensive che consentono ai mezzi, nella more della decisione di merito, di tornare a soccorrere. È successo nelle scorse settimane a Brindisi e a Crotone, rispettivamente per la Ocean Viking e la Humanity 1. È accaduto anche qualche giorno fa a Ragusa per la Sea Watch 5 fermata dopo il recente sbarco al porto di Pozzallo.

Il soccorso e l’arrivo “armato” delle guardie libiche

«Il 7 marzo scorso abbiamo ricevuto informazioni su un’imbarcazione in pericolo nella zona Sar libica. Abbiamo immediatamente allertato il Centro libico di coordinamento dei soccorsi (Lyjrcc), avvisando anche i Centri coordinamento soccorso marittimo maltese e italiano.  Non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Non sapevamo, dunque, se l’assistenza sarebbe stata prestata o meno. Pertanto abbiamo adempiuto ai nostri obblighi ai sensi della normativa internazionale e del diritto marittimo, prestando assistenza e soccorrendo le persone in pericolo di vita». Così ha spiegato al Reggino.it l’equipaggio che la settimana scorsa ha lasciato il porto reggino con direzione Taranto. L’imbarcazione ancora per oltre un mese non potrà tornare a soccorrere. La Capitaneria di Porto reggina ha, però, concesso l’autorizzazione a condurre il mezzo nei cantieri del porto di Taranto per le necessarie attività di manutenzione.

La Libia non è un paese sicuro

«La Sea Eye 4 – scrive nella petizione la capo missione Julie Schweickert – è una nave impegnata a soddisfare un unico scopo: salvare le persone dall’annegamento sulla via di fuga più mortale del mondo, il mare. Ciò, visto che non esiste ancora un salvataggio in mare coordinato a livello statale o europeo. Le ultime settimane sono state dure per noi come equipaggio: a bordo abbiamo avuto persone gravemente ferite, due morti e armi della cosiddetta guardia costiera libica puntate contro di noi.

Trovo difficile essere nel porto adesso e sapere che probabilmente ci sono persone là fuori che hanno bisogno del nostro aiuto e stanno lottando per la propria vita. Secondo dati ufficiali, solo quest’anno nel Mediterraneo sono annegate o scomparse almeno 396 persone.

Adesso l’Italia vuole impedire alla nostra nave di salvare vite umane per 60 giorni. Il motivo ufficiale dell’arresto? Non avremmo consegnato le persone salvate alla cosiddetta guardia costiera libica. Ovviamente non l’abbiamo fatto! Perché sarebbe stato contro il diritto internazionale, e in nessun caso giustificabile per noi, che le persone fossero rimpatriate in una Libia devastata dalla guerra civile e da gravi violazioni dei diritti umani».

I mezzi fermati da un governo post-fascista

Tra le richieste oggetto della petizione, la prima è «La fine immediata della detenzione delle navi di salvataggio in mare affinché possano continuare le operazioni umanitarie e salvare quante più persone possibile dall’annegamento. Bisogna porre fine alle azioni illegali delle autorità italiane, che vogliono fare del salvataggio in mare il loro giocattolo! (…) Il governo post-fascista Meloni legittima la deportazione di persone nella Libia devastata dalla guerra civile e dalle violazioni dei diritti umani», si legge nella petizione.

«Abbiamo bisogno che tutti ci sostengano affinché il ministro dei Trasporti Volker Wissing e il governo federale non lascino che il ministro dei Trasporti italiano Matteo Salvini, che parla del salvataggio in mare come di un “taxi del mare”, vinca la sua partita che costa vite umane. In qualità di ministro delle autorità responsabili dei trasporti marittimi, chiediamo al ministro Volker che si adoperi per garantire che la detenzione delle navi termini il più rapidamente possibile».

Quindi l’appello alla mobilitazione della ong Sea Eye rivolto anche alla cittadinanza. «L’Italia intensifica la lotta contro i soccorritori in mare: aiutaci a liberare le navi di soccorso! #FreeTheShips».

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